A Milano non solo si trovano molte eccellenze, ma anche un numero sorprendente di realtà aziendali dal fascino… discutibile. Parliamo di quelle imprese che, appena tre anni fa, sono state tirate in ballo nel fenomeno “#MeToo”. Proprio così, quel delicato equilibrio tra lavoro e rispetto si è rivelato più precario delle previsioni meteorologiche di primavera.
Eppure, oggi, chi si ritrova a lavorare in questi ambienti ti racconta storie da brivido: non di fantasmi o zombie, ma di un clima lavorativo definito “tossico”. Sì, proprio quello. Soprattutto quando arriva il momento di consegnare progetti, la situazione si fa così pesante che nemmeno un albero di Natale spento in piena estate riuscirebbe a portare un po’ di sollievo.
Tra racconti di svilimento sistematico, dati poco rassicuranti e situazioni al limite, sembra che il mondo produttivo milanese abbia trasformato il lavoro in un’esperienza degna di un reality show. Solo che qua, invece delle urla finte e delle scenette studiate, si respira la frustrazione autentica di chi vorrebbe soltanto portare a casa il suo progetto… e magari anche la dignità.
Un ambiente “tossico” per definizione?
Il termine “tossico” sembra ormai una parola d’ordine, ma cosa si nasconde davvero dietro? Non stiamo parlando di semplici battute infelici o di qualche commento fuori luogo a pranzo, ma di una cultura del lavoro che affonda le radici in pratiche che farebbero arrossire persino il peggior capo caricaturale dei film anni ’80.
Le pressioni forzate, i micro-managing esasperati e, dulcis in fundo, il retrogusto amaro di un sessismo forse mai sopito del tutto. Tutto condito con un sistema di sorveglianza sociale che tiene ognuno con il fiato sospeso, come se ogni deadline mancata fosse la fine del mondo, o almeno della propria carriera.
Quando i progetti diventano orde di burnout
Paradossalmente, proprio nel momento in cui si dovrebbe premiare l’innovazione e la creatività, queste imprese “top” sembra che spremano il personale come limoni da spremuta industriale. Il rischio? Un burnout collettivo che mette a repentaglio la salute mentale di chi, in un perfetto circolo vizioso, continua a restare perché “non si può mica lasciare il progetto a metà”.
Il risultato? Una performance ai limiti del sostenibile, che fa alzare più sopracciglia di quanti caffè si siano consumati in queste stesse aziende. Eppure, nessuno sembra disposto a cambiare davvero il sistema, preferendo trucchi cosmetici e slogan a scenari decisamente più complessi.
Il silenzio assordante delle istituzioni e il teatrino aziendale
In tutto questo teatro tragicomico, non potevano mancare le istituzioni che, ovviamente, osservano e spesso non intervengono. Forse impegnate a sanzionare la mancanza del buco sulla busta delle lettere più che a smantellare queste micro-culture tossiche radicate nel tessuto aziendale.
Nel migliore dei casi, qualche iniziativa circoscritta, qualche seminario che si trasforma in un momento da bar per discutere in modo sterile di “diversity” e “inclusione” senza intaccare minimamente le dinamiche di potere e di sopraffazione. Un vero capolavoro di ipocrisia a livello manageriale e politico.
Ma tanto, basta nascondere la polvere sotto il tappeto delle apparenze, anzi, dietro qualche contenuto social dalle foto patinate e dai sorrisi di circostanza, per far finta che tutto vada bene. E mentre si continua a raccontare favole sul mondo del lavoro milanese, c’è chi soffre davvero sotto il peso di questa maschera dorata.



