Nel labirinto di Garlasco ci si perde anzitutto nel silenzio di una voce sussurrata, quasi insignificante. Una chiamata al 118 che rompe l’afa del 13 agosto 2007, in un angolo agricolo del Pavese. “Mi serve un’ambulanza. Forse hanno ucciso qualcuno, ma non ne sono certo.” Ah, la leggerezza con cui si apre una delle vicende giudiziarie più avvelenate degli ultimi decenni: Chiara Poggi distesa, sangue sulle scale, la tranquilla casa borghese trasfigurata in un set da giallo, e il fidanzato Alberto Stasi trasformato dalla percezione pubblica da testimone a colpevole modello in un batter d’occhio.
Il libro Il ragionevole dubbio di Garlasco (Piemme) scritto da Stefano Vitelli, giudice che ha avuto tra le mani questo caso sin dagli albori, insieme al giornalista di cronaca giudiziaria de La Stampa Giuseppe Legato, stravolge questa sceneggiatura patinata. Niente sensazionalismo morboso, solo un magistrato che ritorna a riflettere, riascoltare le telefonate, riesaminare perizie, ricostruire con scrupolo tracce di sangue, tempistiche, movimenti, errori investigativi e quell’immancabile confusione mediatica filo-spettacolare. È un tuffo a ritroso dentro le stesse convinzioni di allora: quell’alibi tecnologico bollato per anni come truffaldino, la dinamica delle scale, l’impronta digitale nel bagno, e persino quel disperato tentativo “anormale” di chiedere aiuto. Tutto si rimescola come se il processo fosse ancora in corso.
Il giudice che scagiona Stasi parla chiaro: ecco perché sarebbe innocente
Qui vi proponiamo un estratto, giusto per dare una smossa a quella narrazione fatta di certezze fragili e conseguenze bibliche. Il caso Garlasco ci ricorda che ciò che sembra chiaro spesso non lo è affatto. Una telefonata fredda, distante, viene invece spiegata come l’espressione di un modo del tutto personale e soggettivo di vivere un trauma. Passare per “strano” solo perché non si lascia traccia entrando nella casa dove si è trovato il cadavere della propria fidanzata? Beh, per due carabinieri entrati prima di lui e per le prove sperimentali, non è più così incredibile come appare.
Quanto all’impronta digitale “killer” sul dispenser del bagno, non si tratta necessariamente di un marchio di colpevolezza, ma semplicemente di un segno lasciato il giorno prima mentre Stasi, fidanzato e non assassino, si lavava distrattamente le mani dopo aver divorato la pizza. E quel vizietto a guardare pornografia adulta? Potrebbe, secondo molti, giustificare un litigio furibondo con la povera Chiara, ma dopo un’analisi più attenta, lontana da quelle presunzioni ovvie, ci si chiede se davvero sia così definitorio.
Infine, pensare con leggerezza che la mattina del 13 agosto sia entrata un’entità estranea oltre al fidanzato della vittima può sembrare pura follia da film thriller, ma sorpresa: non è affatto così fantascientifico. Le conclusioni superficiali e immediate collassano brutalmente di fronte a un esame serio, fondato sul dubbio sano e rigoroso: un dubbio che in un’epoca che idolatra l’efficienza può sembrare un fastidioso anacronismo.
Un’esitazione finale, magari con un’assoluzione che pare una sconfitta smorzata, è invece una vittoria della ragione e della giustizia. Ci si può ancora fidare del metodo che premia la pazienza, la verifica, scartando la fretta e l’arroganza delle risposte facili. È questo l’insegnamento velato di un antico contadino cinese, citato nel Libro di Mencio, che non usa il manganello per forzare la crescita della pianta, ma la accompagna con cura e rispetto, perché la natura richiede tempo e scrupolo.
In definitiva, un dubbio ben fondato è un valore positivo, una forza costruttiva, non una debolezza. Non importa quanto tempo o fatica servano: meglio un risultato meno patinato, ma più giusto. Dopotutto, l’insegnamento è semplice e ancora attuale: non forzate mai la fretta, altrimenti, come la pianta, anche la verità potrebbe appassire prima di fiorire.

