Che sollievo: una tregua di due settimane, firmata all’ultimo minuto tra Stati Uniti e Iran, ha miracolosamente evitato l’inevitabile escalation tanto temuta da Donald Trump. Come se un semplice foglio firmato bastasse a smussare decenni di tensioni geostrategiche, ora si apre un brillante capitolo di mediazione. Ovviamente, le condizioni imposte da queste due nazioni devono magicamente convergere in un accordo comune, come se il dialogo fosse davvero questa panacea per ogni conflitto nel sempre turbolento Golfo Persico.
Nel frattempo, Israele ha deciso di dirsi d’accordo: anzi, si è diligentemente accodato alle decisioni della Casa Bianca, ma con una piccola eccezione degna di nota. La tregua, a quanto pare, esclude il Libano, un dettaglio trascurabile per chi crede nelle soluzioni complete e condivise. Chissà, forse si spera che quella zona rimanga il classico polverone pronto a esplodere di qua o di là.
Così, mentre i media si affannano a dirci che ogni aggiornamento sullo scenario è una “notizia bomba”, ci raccontano la solita telenovela diplomatico-militare che sembra non finire mai, convincendoci che questa volta sarà diverso. E invece no: si continua a fare finta che qualche trattativa fragile e temporanea possa mai far tacere la miriade di interessi in ballo.
Diplomazia e ipocrisia: il gioco delle parti
Naturalmente, nessuno fa un passo indietro senza un motivo ben preciso e, soprattutto, con un occhio puntato alla propria immagine internazionale. La tregua è stata raggiunta poco prima dell’ennesima scadenza, ma sappiamo bene che tali pause sono soltanto la versione moderna del cosiddetto “armistizio”: rottura inevitabile nei prossimi giorni o settimane.
Nel grande teatrino delle potenze, Washington sfoggia a parole il suo ruolo di mediatore, ma poi prende decisioni che spesso aggravano la situazione. E Teheran? Beh, dopo aver drammaticamente puntato i riflettori sulla sua volontà di reagire, sembra accontentarsi di questa boccata d’aria temporanea, prontissima però a sfruttare qualsiasi nuova occasione per rialzare i toni.
L’esclusione volontaria del Libano dalla tregua da parte di Israele è poi il perfetto esempio di selettività politica, quella che permette a un Paese di dichiararsi alla ricerca della pace, ma di evitare qualunque passo che lo metta a rischio reale. Una mossa così sottile da essere quasi ridicola, se non fosse tragicamente prevedibile.



