Ah, pixelare i volti nelle foto per proteggere i bambini? Fantastico, peccato che sia come mettere una toppa su una diga che perde a tutta forza. Nella nostra era digitale, dove i giornali tradizionali si stanno estinguendo come i dinosauri, le notizie si rintracciano facilmente sui siti e, soprattutto, sui social network, rimanendo lì per anni a imperversare ovunque tu sia. Ma certo, i diritti dei minori alla privacy e alla tutela dei loro dati personali vengono sistematicamente calpestati, e tutto ciò mentre si dovrebbe attuare la santissima Carta di Treviso — una specie di catechismo etico destinato ai media per ricordare che il “diritto all’informazione” deve sempre piegarsi al superiore interesse del minore.
La Carta di Treviso esclama con piglio morale: anonimato totale, divieto assoluto di rivelare nome, cognome, dettagli familiari o immagini, e stop allo sfruttamento mediatico di storie dolorose di malati o vittime di drammi sociali. Peccato che questo vangelo giornalistico sia stato bellamente ignorato sia nel caso eclatante dei tre bambini “della famiglia nel bosco”, sia nell’ultima sceneggiata mediatica attorno al bimbo adottato dai famigerati Minetti-Cipriani.
Il retroscena da telenovela
I tre giovanissimi protagonisti “del bosco”, oltre a essere stati sbattuti in prima pagina con tutte le generalità più intimi dettagli personali (nome, cognome, età), hanno subito l’umiliazione di veder divulgati persino i risultati di test psicologici, le loro presunte competenze e mancanze, lo stato di salute e sviluppo. Informazioni devastanti che si porteranno dietro a vita come una condanna senza appello.
Naturalmente c’è chi dovrebbe prendersi la responsabilità maggiore: avvocati, periti e persino i genitori stessi, che da veri geni della riservatezza hanno scelto di sputtanare tutto. E tuttavia, non diciamo che i giornalisti siano innocenti: hanno fatto la loro parte con la grazia di un branco di iene, accerchiando la casa famiglia dove i bambini sono ospitati, calpestando il loro diritto alla privacy, limitando addirittura le uscite dei piccoli e rovinando pure la tranquillità di altri minorenni ospiti, con i loro drammi personali. Per non parlare della scena grottesca in cui una ragazza residente è stata scambiata per un’operatrice e insultata, solo per aggiungere un tocco di «professionalità» al reportage.
Nel frattempo, i politici — quelli che fanno a gara per compiacere l’opinione pubblica — e persino la Garante nazionale dell’infanzia, che tanto si sono spesi per il ritorno trionfale dei bimbi tra le braccia dei genitori, hanno preferito il solito silenzio compassionevole rispetto alla devastante violazione dei diritti di privacy e protezione, sia dei tre bambini sia degli altri ospiti della stessa struttura. Bravo, davvero un capolavoro di coerenza.
Il caso più fresco: adozioni e paparazzi
Se pensavate che il peggio fosse passato, vi sbagliavate. Il nuovo capitolo ci arriva fresco fresco dal caso del bambino adottato dalla ormai celebre coppia Minetti-Cipriani. Qui la Carta di Treviso non è stata semplicemente ignorata, è stata calpestata con la stessa grazia di un elefante in una cristalleria. La fama dei genitori adottivi è stata presa come giustificazione per sviscerare dettagli privati: nome, data e luogo di nascita, storia familiare, sanitaria e persino il lungo iter adottivo. Insomma, un’enciclopedia dell’intimità messa in piazza per pubblico disprezzo.
Davvero toccante il fatto che questa esposizione mediatica di un bambino potenzialmente innocente faccia sorridere soltanto chi ignora il danno permanente che comporta. Alcune associazioni che si occupano di minori e affidi hanno osato lamentarsi di questa indecenza, ma né l’Ordine dei Giornalisti né la Garante nazionale dell’infanzia hanno trovato il coraggio di alzare un dito per richiamare all’ordine chi ha violato ogni regola del buon senso e dell’etica professionale.
È perfettamente comprensibile che qualcuno inizi a grattarsi la testa davanti a certe “mirabolanti” decisioni giudiziarie. Prendiamo il caso della Minetti: grazie a una grazia presidenziale, è stato riconosciuto non solo il suo tanto decantato ravvedimento, ma anche la “importanza” della presenza materna per un bambino con gravi problemi di salute. Insolito, vero? Nel frattempo, però, tanti altri bambini continuano a vedere la madre in galera, senza domiciliari né affidi comunitari, ma proprio dietro le sbarre. Un trattamento decisamente meno “umanitario”, che l’attuale governo sembra aver inasprito ulteriormente, dichiarando che commettere un reato – anche se non contro persone – non dà diritto a sconti o adattamenti di pena solo perché c’è un piccolino da accudire.
Naturalmente, lamentarsi o informare su questi incredibili paradossi sarebbe un diritto sacrosanto, se non fosse che tutto ciò deve avvenire rispettando, manco a dirlo, i diritti dei bambini. Sì, proprio quegli stessi bambini di cui si pretende di salvaguardare l’identità e la storia, a prescindere dalla confusione autorizzata dai circoli giudiziari.
Viaggi intercontinentali, morti misteriose e abbandoni discutibili
Ma la trama si infittisce con dettagli degni di una sceneggiatura da telefilm trash: viaggi intercontinentali, avvocati che spariscono nel nulla o, peggio, “morti” – coincidenze, eh? – e abbandoni di minori che sembrano più eseguiti alla rinfusa che decisi con cognizione di causa. Il cocktail perfetto per alimentare un’atmosfera carica di complotti e coincidenze troppo convenienti. Sarebbe troppo banale pensare che dietro ci sia solo la solita negligenza o un sistema giudiziario zeppo di falle.
Ovviamente, alla narrativa si aggiunge anche la questione della protezione delle informazioni sui bambini: quella “cucciolata” da tutelare con zelo maniacale. Peccato che a volte la protezione diventi uno spot per coprire le incongruenze e le magagne di procedure e decisioni che altrimenti andrebbero a far compagnia alla serie infinita delle pasticciate ingiustizie.
Il sistema giudiziario e la coerenza che manca
Insomma, il nostro amatissimo sistema giudiziario, quello che dovrebbe essere garante di giustizia e equità – almeno sulla carta –, si conferma maestro nell’arte di disegnare zone d’ombra più fitte di un romanzo noir. Si premia un caso su misura, si punisce con il pugno di ferro in altri, si oscillano criteri come un pendolo impazzito, e nel mezzo? Bambini che pagano il prezzo iniquo di queste sceneggiate burocratiche.
Il tutto condito da una morale da due soldi: chi sbaglia deve pagare, ma non importa se nel frattempo a rimetterci è un piccolo innocente. Non sia mai che la giustizia si faccia prendere dalla minima imbarazzante sfumatura di umanità. Meglio mantenere l’asticella altissima dell’ipocrisia e del formalismo. Dopodiché, magari ci si lamenta del tasso di recidiva o degli effetti sociali di certe scelte.



