Culicchia si inventa Hemingway per celebrare la meteora felicità di Roberto D’Aversa

Culicchia si inventa Hemingway per celebrare la meteora felicità di Roberto D’Aversa

Mettiamo subito le cose in chiaro: la squadra che scende in campo con la maglia granata pare avere una fissa, ovvero trasformare l’articolo “continuità” in una parola mitologica, da cercare tra i libri dei miti greci e mai da trovare davvero. Dopo una magnifica esibizione inaugurale che ha inflitto un 2-0 alla Lazio — come per dire “guardate che possiamo” — l’illusione dura giusto il tempo di un sospiro, e poi torna puntuale la solita realtà del Toro, quel club che pare spesso essere più impegnato a cercare scuse che a segnare gol.

Premettiamo che la sconfitta odierna contro la squadra di Antonio Conte non è certo una sorpresa per chi da anni assiste a questa tragicommedia calcistica. È come assistere a un déjà vu che si ripete con una frequenza preoccupante: ogni vittoria energizza per due giorni, poi arriva la sconfitta e si ricomincia da capo, a inseguire un’identità che resta spettatore più che protagonista.

Il sogno della continuità sfuma ancora

Immaginare la continuità tra i detrattori e i tifosi di questo club sembra quasi uno scherzo del destino. Eppure, come in una tragedia greca riscritta male, ci si illude ogni volta davanti a un piccolo barlume di speranza. Il problema è che quel barlume sembra ridursi a una fiammella tremolante in un mare tempestoso di dubbi tattici, scelte imbarazzanti e una vena realizzativa che assomiglia a una fontana senza acqua.

La domanda sorge spontanea: qual è il progetto a lungo termine? Continua a esistere un progetto oppure il Toro è condannato a essere la barzelletta perenne del campionato? Forse sarebbe il caso di dirlo senza troppi giri di parole, perché non serve aggiungere olio sul fuoco di una tifoseria storicamente appassionata, ma evidentemente relegata a spettatrice di un teatrino mal scritto.

Lavoro sporco e chiacchiere di circostanza

E nonostante tutto ciò, il pubblico si trascina allo stadio, forse perché nel calcio, come nella vita, si spera sempre nel miracolo. Il problema è che quei miracoli devono essere guadagnati sul campo, non prodotti da buone intenzioni o proclami vuoti. Una squadra che si infortuna alla prima difficoltà mentale o tecnica non può certo infondere la speranza di una svolta.

Si spera che i dirigenti abbiano almeno ascoltato questo polverone di critiche e abbiano messo da parte le pose istituzionali per capire cosa serve davvero: un cambio di rotta netto e non l’ennesima ammucchiata di promesse disattese e analisi post-sconfitta senza una vera autocritica. Il calcio moderno, per fortuna o purtroppo, è così spietato che non lascia troppo spazio alle nostalgia malriposta.