Il colpo di scena arriva proprio dal governo comunista isolano, alle prese con la sfida più ardua dai tempi della caduta dell’Unione Sovietica. Perfettamente coerenti con la loro abilità nell’arte del rinvio, gli organizzatori di Habanos S.A. hanno annunciato sabato, con tanto di cerimonia di sospensione, che il festival è stato messo in pausa “per salvaguardare gli standard più alti di qualità, eccellenza e esperienza che caratterizzano questo evento internazionale”. Peccato che la sospensione somigli più a un elegante modo di ammettere che le cose stanno andando piuttosto male.
Non c’è ovviamente alcuna data alternativa ufficiale – si sa, la suspense è parte del gioco. Prima della crisi, tuttavia, il festival era un ritrovo globale: oltre 1.000 ospiti provenienti da 80 paesi si radunavano per aste da brivido e gite tra le piantagioni di tabacco. Perché, diciamolo, un sigaro cubano è probabilmente l’unica vera valuta di prestigio sull’isola. E non solo simbolicamente: rappresenta una colonna portante dell’economia nazionale e una fonte fondamentale di valuta estera, peccato che l’immancabile embargo americano renda questi tesori proibiti negli Stati Uniti. Un occhio di riguardo, però, per le vendite record di Habanos S.A.: 827 milioni di dollari incassati nel 2024, con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente. Chissà se il governo stia applaudendo o piangendo.
Nel frattempo, mentre la fitta coltre di fumo svapora dalle feste di beneficenza, L’Avana si ritrova a fissare il nero fumo denso di un incendio alla raffineria di petrolio Nico Lopes, il 13 febbraio 2026. Una scena a suo modo metaforica per un’isola che si arrovella sull’angoscia della carenza di carburante, amplificata da un blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti.
Quel brillante teatro di sabotaggi arriva direttamente dall’amministrazione di Donald Trump, che ha praticamente tagliato fuori Cuba dal flusso di petrolio venezuelano, dopo aver scatenato una “operazione militare” per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio. Trump, con la sua consueta eleganza diplomatica, ha bollato il governo cubano come “una minaccia insolita e straordinaria” e ha minacciato dazi punitivi contro chiunque osi vendergli petrolio. Nulla di nuovo sotto il sole, solo la solita danza tra embargo, sanzioni e promesse di intervento.
La risposta cubana? Un abile gioco di equilibrismo tra condanne formali e furberie tattiche: misure di emergenza per tutelare i servizi essenziali e razionamenti obbligati di carburante nei settori chiave. Nel mentre, le scorte di petrolio evaporano come la pazienza degli isolani. Persino le Nazioni Unite, usualmente note per la diplomazia morbida, hanno dovuto far sentire la propria voce, lanciando un laconico ma allarmante avvertimento sul possibile “crollo” umanitario imminente.
Stephane Dujarric, portavoce delle Nazioni Unite, ha ammesso:
“Il Segretario Generale è profondamente preoccupato per la situazione umanitaria a Cuba, che peggiorerà se non si troveranno le risorse petrolifere necessarie, rischiando un vero e proprio collasso.”
In breve, mentre il mondo si tuffa sul lusso soffice del sigaro cubano, l’isola va a corto del carburante necessario per alimentare la propria esistenza. Un ritmo di vita davvero sostenibile, non c’è che dire.



