Già che ci troviamo in un mondo dove tutto sembra possibile, arriva la notizia dell’«accordo imminente» tra Cuba e gli Stati Uniti. Finalmente, perché dopo decenni di schermaglie, boicottaggi e parole al vento, qualcuno ha deciso che forse è ora di mettere da parte le scaramucce ideologiche e fare qualche affare. Peccato che, invece di un cambiamento radicale, stiano solo aprendo la porta a un piccolo esperimento capitalistico: i cittadini cubani residenti all’estero potranno investire nell’isola e addirittura diventare proprietari di imprese.
Che rivoluzione moderna! Da un sistema che ha fatto della proprietà statale il suo mantra, ora si passa al “va bene, ma solo per quelli che vivono lontano”. Un po’ come dire: “Il denaro degli stranieri è ben accetto, quello dei poveri locali può aspettare”. Ma non disperiamo, almeno così qualcuno fuori dall’isola potrà finalmente mettere il muso nel gioco economico cubano.
Ma come ogni film d’azione che si rispetti, la trama si infittisce con una crisi energetica che fa sembrare gradevole persino una giornata a Luanda senza corrente. Proteste qua e là, a ricordare che tutto questo benessere commerciale non si traduce certo in felicità popolare. E come ciliegina sulla torta, le immancabili pressioni di Donald Trump, pronto a giocare da burattinaio anche quando sembra non essere più sul palco principale. Perché, si sa, alcune vecchie abitudini sono dure a morire.
Una mossa da genio o l’ennesima illusione?
Permettere agli emigrati cubani di investire sull’isola suona come una trovata brillante, almeno sulla carta. In realtà, si tratta di un modo furbo per attirare capitali freschi senza mettere in discussione il sistema rigido e oligarchico che per anni ha tenuto l’economia sotto stretto controllo. In pratica, una finestra aperta a intermittenza per far entrare qualche soldo e niente più.
Un sistema che fino a ieri diceva «la proprietà privata è un peccato», ora si ritrova a dire «ma per i lontani amici è possibile». Davvero una svolta democratica e progressista degna delle nostre migliore copertine da rivista. Intanto chi è rimasto sull’isola può solo guardare e sperare che qualche soldo straniero torni a loro sottoforma di posti di lavoro, perché di più non possono aspettarsi.
Energie in panne, proteste in corso e Trump che non molla
Mentre gli squilli di tromba per il presunto accordo riempiono l’aria, la realtà che si respira a L’Avana è ben diversa. Crisi energetica degna di un film apocalittico, con blackout che fanno impallidire chiunque. La luce si spegne, i climi si accendono e il malumore generale si trasforma rapidamente in proteste in strada.
Sembra quasi che il governo cubano pensi che stringendo un accordo con Washington potrà magicamente sistemare ogni cosa. Peccato che sia proprio in queste situazioni che si vedono i veri limiti di un regime che fa acqua da tutte le parti. E come in un balletto macabro, Donald Trump torna sulle scene con le sue pressioni, perché anche da lontano un po’ di caos fa sempre comodo.
In conclusione, l’ennesima pantomima diplomatico-economica ci mostra come tra parole altisonanti e promesse di novità, la realtà resti quella di sempre: un sistema che cerca di salvare il salvabile, una popolazione che paga il conto salato e un mondo esterno che osserva, con un misto di scetticismo e divertita rassegnazione.



