Cristina Donati Meyer ci rifila l’arte con una vulva inchiodata alla croce: il consenso secondo lei è morto e sepolto

Cristina Donati Meyer ci rifila l’arte con una vulva inchiodata alla croce: il consenso secondo lei è morto e sepolto

Ah, la sublime ironia della “protesta artistica” che raggiunge vertici di profondità mai visti. Cristina Donati Meyer ci regala la sua ultima trovata in Largo Greppi a Milano, precisamente nel raffinato quartiere di Brera, giusto per celebrare l’8 marzo con una denuncia carica di simbolismo e, ovviamente, cartapesta. Il capolavoro si chiama “Ecce Vulva – Consenso crocifisso”, proprio per lasciarci senza fiato e per ricordarci che il consenso, ahimè, sarebbe finito inchiodato su una croce. Ma non una croce qualsiasi, no: una di legno, davanti al teatrino Strehler, perché si sa, nulla dice più protesta quanto un’installazione con robusto legno da crocifissione.

Il motivo di cotanta crocifissione? Il fantomatico ddl voluto dalla senatrice Giulia Bongiorno, sfortunatissima vittima di critiche furiose per aver osato modificare il testo della legge sulla violenza sessuale, eliminando il termine magico “consenso” e sostituendolo con la purtroppo meno poeticamente evocativa “volontà contraria” o “dissenso”. Questo dettaglio, che per alcuni pare un’eresia, ha scatenato la sacra indignazione artistica della nostra donzatrice di cartapesta.

L’artista – non senza teatralità – ha affermato che la sua opera non è un mero atto provocatorio.

“Questa crocifissione non è provocazione gratuita. È una denuncia.”

Il significato profondo e universale dell’opera

Secondo la lente trasfigurata e ipersensibile di Cristina Donati Meyer, il manufatto diventa “il simbolo di corpi giudicati, controllati, disciplinati”, perché non è che le donne solo in Italia abbiano problemi, no no.

Parla infatti a tutte le donne oppresse del pianeta: quelle di Gaza, le eroine dell’Iran, e in generale tutte le signore che, poverine, continuano a pagare con la propria carne guerre, repressioni, leggi più o meno discutibili e violenze d’ogni sorta. Insomma, un autentico “grido collettivo” che si leva da una scultura fatta di carta pesta – niente paura per l’inevitabile fragilità del simbolo – posta su un palco valorizzato dal legno ben piantato a croce.

La grande verità, sputata tra sarcasmo e realtà, è questa:

“Perché il consenso non può essere messo in croce. Perché il corpo delle donne non è proprietà dello Stato, della politica o della religione. L’arte diventa così atto di resistenza.”

Ecco, l’arte della cartapesta diventa lotta sociale, memoria di tutto ciò che è stato e – soprattutto – libertà. L’8 marzo, come sempre, non una festa, ma un campo di battaglia. E chi voleva solo un po’ di celebrazione, forse si è pure perso. Restano le croci, i simboli, e la sacra vocazione all’indignazione selettiva.

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