Ah, la guerra in Medio Oriente: come se non bastasse il déjà-vu della crisi energetica del 2022, ora abbiamo un remake ancora più spettacolare, con effetti che promettono di lasciare un segno indelebile sull’Europa, questa volta non solo sulle nostre pazienti bollette ma anche sulle borse. Prendete lo Stoxx 600, quel succulento indice che raggruppa le imprese europee più quotate: dal lancio di questa nuova serie di sventure, ha visto evaporare un 6% del suo valore, pari a oltre 1.100 miliardi di euro in capitalizzazione. Ah, la gioia dei mercati! Stando ai felici analisti di Bloomberg Intelligence, la chiusura dello Stretto di Hormuz, crocevia imprescindibile per il commercio delle materie prime, metterà sotto pressione gli utili per azione dello Stoxx 600 più di quanto fece il temuto shock inflazionistico di quattro anni fa. Tenetevi forte: la crescita prevista per il 2026 è una misera al 5%, contro il roboante 25,5% del 2022, come se tutti noi fossimo semplici spettatori di una soap opera finanziaria senza fine.
Non basta: per gli azionisti, l’onda d’urto si tradurrà in un taglio del 16% nei riacquisti di azioni, con i colpi più duri riservati a energia, sanità e finanza. Le banche, quelle sì, hanno pensato bene di cultuare la prudenza, riducendo le manovre dopo un record di 54 miliardi di euro lo scorso anno, come se avessero paura non del virus ma degli inesistenti crediti inesigibili. Nel frattempo, però, la realtà colpisce anche i comuni mortali, che si vedono costretti a fare i conti con una spinta – come dire? – “rivoluzionaria” sull’organizzazione del lavoro. Per esempio, niente più viaggi inutili, che aborro, e via libera allo smart working e alla settimana corta, tanto per risparmiare qualche litro di benzina e qualche watt di elettricità. Come direbbero i più grandi strateghi del risparmio: che non si muova foglia se non c’è necessità!
Già, perché in un mondo che sembra aver riscoperto le meraviglie dell’efficienza – o della pura sopravvivenza – il Pakistan e le Filippine si son messi comodi introducendo la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici. La Indonesia ha imposto lo smart working il venerdì ai funzionari statali come a dire: “Fai finta di lavorare, ma a casa”. La Cambogia, la Malaysia, il Vietnam e lo Sri Lanka spingono al lavoro remoto e alle riunioni via Zoom, dove tutto si risolve con un clic e un caffè. Lo Sri Lanka, poi, ha alzato il livello chiudendo gli uffici pubblici ogni mercoledì, perché se si devono tagliare le spese, meglio farlo massicciamente. L’Egitto ha introdotto un giorno a settimana di lavoro da casa nel settore pubblico, mentre il Myanmar ha reso obbligatorio lo smart working ogni mercoledì. Non dimentichiamo le scuole: il Bangladesh e il Laos hanno ridotto la settimana scolastica, con il Laos che si è spinto a soli tre giorni, mentre le Filippine hanno limitato gli orari di apertura degli istituti. Lo Sri Lanka ha chiuso scuole e università il mercoledì, e il Pakistan ha sospeso le lezioni per ben due settimane. Semplice: risparmiare sulla prossima generazione è di gran moda.
Clima e aria condizionata: il termostato diventa il nemico pubblico
Se pensate che risparmiare sul lavoro e sull’istruzione sia abbastanza, vi sbagliate di grosso. C’è una guerra silenziosa e ancor più testarda contro il comfort termico. In pratica, i paesi asiatici, quei territori soleggiati dove il condizionatore è più sacro del caffè al mattino, si sono messi d’accordo per tenere i termostati a livelli poco più che tollerabili. Bangladesh, Cambogia e Filippine fissano licking i condizionatori dai 24 ai 25 gradi, come se si trattasse di una riforma climatica degna del Nobel. Lo Sri Lanka, campione di austerità, alza la posta a 26 gradi e consiglia addirittura di spegnere i condizionatori per un’ora o due al giorno, con i ventilatori a far la guardia come se fossero armati di mitra. La Thailandia va nella stessa direzione, mentre Mauritius non fa sconti, restringendo pure l’uso dell’elettricità “non essenziale”, come le luci decorative e il riscaldamento delle piscine, per qualcuno considerati superflui ma per altri veri e propri status symbol.
Trasporti e mobilità: tra targhe alterne e razionamenti da film distopico
E passiamo al magico mondo dei trasporti, dove l’impegno per risparmiare carburante assume le forme più fantasiose e – perché no? – più irritanti per i cittadini. La Corea del Sud, mai a corto di idee brillanti, ha introdotto il divieto di circolazione a targhe alterne per i dipendenti pubblici due giorni a settimana, estendendo su base volontaria la restrizione alle auto private, con la ciliegina finale che è il limite agli accessi nei parcheggi pubblici. Chi non vorrebbe questa specie di reality show della circolazione? Il Myanmar fa lo stesso, mentre lo Sri Lanka, sempre avanguardia del controllo sociale, implementa un geniale razionamento del carburante basato su QR code, rigido come un’assicurazione sulla vita: quote precise per auto private e motociclette, non un litro più, non un litro meno. La Slovacchia e la Slovenia si cimentano in una variante con i tetti massimi all’acquisto di carburante, mentre il Brunei ostacola rifornimenti per veicoli stranieri e limita quelli per le auto nazionali che si avventurano fuori dai confini. Insomma, l’arte del “non-far-viaggiare” sta diventando una disciplina olimpionica.
Non trascuriamo poi l’altra vittima sacrificale: il trasporto pubblico. La Lituania, in una mossa che solo chi ha il gusto per le contraddizioni può apprezzare, ha tagliato del 50% le tariffe ferroviarie locali per due mesi. Un incentivo che fa tanto “venite a vedere la crisi da vicino”. Nel frattempo, le Filippine regalano bus gratuiti a studenti e lavoratori, tanto per stemperare il clima di austerity con uno spiraglio di gentilezza. Sic transit gloria mundi, verrebbe da dire.
Egitto a Bangladesh, passando per Vietnam, hanno adottato strategie da manuale di sopravvivenza: incentivare il trasporto pubblico. Perché, si sa, chi non può permettersi la benzina, può sempre aspettare la navetta regionale.
Non potevano mancare i paesi dall’ingegno fiscale per eccellenza: Cambogia, Laos e Indonesia hanno deciso di abbassare le accise su tutto ciò che suona di elettrico o sostenibile, nella speranza che un manipolo di EV e pannelli solari risolva magicamente la crisi energetica. Nel frattempo, Argentina ha optato per una soluzione più tradizionale, allargando la quota di bioetanolo nella benzina. Ce ne fosse uno che si sente più leggero dopo aver fatto il pieno con quella miscela.
Prezzi calmierati e sussidi: l’arte di proteggere chi ci guadagna meno… o forse no
Entrando nel magico mondo delle politiche di prezzo, il trionfo della coerenza è davvero un sogno lontano. In Europa, Austria e Repubblica Ceca hanno adottato tetti ai margini dei distributori, giusto per evitare chissà quale tragedia commerciale. Dall’altra parte del continente, Ungheria, Polonia, Croazia, ma anche Mozambico, Serbia e Messico hanno pensato bene di fissare un price cap diretto su benzina e gasolio, come se bastasse a calmare gli animi dei consumatori sacripanti.
Non dimentichiamo il Giappone, che ha inventato un sistema di sussidi che “funziona da calmiere”: la bontà del gesto sorvola sull’efficacia reale, dato che i prezzi continuano a fare la corsa all’insù. Nel gigantesco mercato cinese, invece, sono scattati controlli sui prezzi dei prodotti raffinati, perché, si sa, dettare il prezzo magicamente lo rende più conveniente. Davvero illuminante.
Per non farci mancare nulla, la via fiscale è stata ovviamente la preferita da quasi tutti: Italia, Spagna, Francia, Germania, India, Brasile, Portogallo, Turchia, Sudafrica, Polonia, Svezia e altri ancora hanno deciso di tagliare accise o Iva, più o meno temporaneamente. Per la serie: diamo un po’ di ossigeno, ma non troppo, perché l’equilibrio è tutto.
Spagna, nella sua eclettica bontà, ha pure aggiunto incentivi fiscali a chi installa pannelli solari o sistemi di riscaldamento efficienti, come se bastasse mettersi un pannello sul tetto per dimenticarsi i costi altissimi alla pompa.
Dulcis in fundo, i sussidi diretti sembrano la risposta a tutte le disgrazie: Grecia, Filippine, Indonesia ed Etiopia hanno aumentato il supporto a produttori e importatori di carburante, perché più soldi per loro significa sicuramente prezzi più bassi per chi li acquista. A meno che non sia un miracolo tutto politico.
Non contenti, Irlanda e Regno Unito hanno esteso il sostegno alle famiglie più vulnerabili, prendendo in particolare considerazione anziani e disabili nel caso irlandese. Generosità a prescindere, o forse un modo elegante per ammorbidire la disillusione generale.
Infine, per chi pensava che i gas di cucina non fossero parte di questo circo, ecco il capolavoro del Bangladesh e Nepal: il mezzo-riempimento delle bombole GPL, un sistema moderno di razionamento che sa tanto di ritorno al passato. Le Maldive, con la loro proverbiale lungimiranza, hanno applicato la stessa misura temporaneamente, giusto per lasciare un po’ di fascino esotico alla crisi.



