Che sorpresa irresistibile! Mike Fincke, uno dei veterani spaziali con più esperienza ancora in servizio presso la NASA, ha deciso di farci un regalo inaspettato: un rientro anticipato dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) per «ragioni mediche». Ma, ecco la chicca, non stava poi così male. Anzi, sembrava solo in una situazione un po’ precaria che, se fosse peggiorata, avrebbe mandato in crisi la vasta e modernissima cassetta dei medicinali dello spazio. Immancabilmente, ha ringraziato commosso i suoi compagni di missione, il centro di controllo di Houston e i medici di quel gioiello terrestre chiamato Scripps Memorial Hospital di San Diego. Non vorremmo tediarvi coi dettagli di quanto siano stati professionali e dediti, ma insomma, grazie a loro l’epilogo è stato positivo.
Ma andiamo per ordine. Cosa diavolo è successo a Fincke? Mistero totale. La natura del problema rimane più criptica di un enigma al cubo. Pilota della Crew-11 e comandante della Expedition 74, il signor Fincke ha avuto quella cosetta che ha convinto l’equipaggio a un “evacuazione” fulminea. «Ho avuto un problema di salute che ha richiesto l’immediata attenzione dei miei incredibili compagni di equipaggio», ha dichiarato lui, confermando che almeno la modestia in fatto di elogi a se stesso non manca.
Non ci stupisce poi troppo che, considerata la media d’età stellare degli astronauti, lui sfiora già i 58 anni. Il signor Fincke, pilota collaudatore di velivoli sperimentali sin dal 1996 nel Team 16 della NASA, ha già vinto la guerra delle missioni spaziali con i suoi oltre 500 giorni in orbita. La prima uscita in orbita risale al 2004 sulla Sojuz TMa-4 per la Expedition 9, la seconda nel 2008 con la missione Shuttle STS-134, con a bordo l’italiano Roberto Vittori. Questa terza missione sembra essere stata l’ode finale di Fincke ai piaceri della microgravità.
Ovviamente non c’è nessuna conferma certa, ma si vocifera (ovviamente senza prove) che possa trattarsi di un problema legato all’alimentazione. Come dire, quei pasti spaziali gourmet potrebbero nascondere insidie mortali. Poco rassicurante, vero?
Il resto dell’equipaggio – la NASA Zena Cardman, l’astronauta giapponese Kimiya Yui e il cosmonauta russo Oleg Platonov – sono cortesemente tornati sulla Terra a bordo della Crew Dragon “Endeavour” ben un mese prima del previsto, facendo al contempo un bel regalo agli spettatori della Terra dopo mesi di attesa.
Dopo l’ammaraggio, ognuno è stato trattato come il re di un ospedale di lusso: recuperato sull’Endeavour e trasportato su una barella come star di un film di fantascienza low budget, per poi finire nelle mani attente dei medici dello Scripps Memorial Hospital di La Jolla, un posto vicino a San Diego dove si suppone siano abili a curare anche marziani con problemi alimentari.
Il problema si manifesta proprio prima della “passeggiata spaziale”
Tutto è iniziato il 7 gennaio, mentre Fincke e la coraggiosa Cardman si preparavano per una passeggiata spaziale. Come se non bastasse l’aria rarefatta, è piombato improvviso un “piccolo” problema medico: «L’agenzia sta monitorando un problema medico che ha colpito un membro dell’equipaggio mercoledì pomeriggio a bordo del complesso orbitale», hanno dichiarato serissimi i funzionari della NASA. Eh sì, persino nello spazio la salute è alquanto imprevedibile.
Così, senza troppa cerimonia, la Crew-11 è tornata a casa lasciando una ISS sorprendentemente semi-vuota. Solo tre astronauti sono rimasti a far compagnia a una stazione spaziale ormai più solitaria: il nordamericano Chris Williams e i russi Sergeij Kud-Sverchkov e Sergeij Mikaijev. Tre moschettieri in orbita destinati a svolgere ricerche di base e mantenere funzionante il laboratorio fino all’arrivo, più o meno trionfale, della Crew-12.
La missione Crew-12 di SpaceX doveva partire a metà febbraio, con un passaggio di consegne che sembrava più una lunga fase di tirocinio in microgravità per i neofiti. Un modo gentile per farli ambientare prima della “vera avventura”.
E per chi si chiedesse come stia il nostro eroe Fincke: ha amicabilmente affermato di stare bene e di schizzare avanti con il programma di recupero post-volo al Johnson Space Center di Houston. A modo suo, ha anche regalato la perla filosofica del giorno: «Il volo spaziale è un privilegio incredibile e a volte ci ricorda quanto siamo umani».



