L’Europa procede con la solerzia e il cinismo tipici delle grandi decisioni strategiche: entro la fine del 2027, stop definitivo alle importazioni di gas russo. Una decisione che si traduce in una bella mazzata all’energia di Mosca nel continente, lasciando sul campo una scia di infrastrutture inutili e investimenti buttati al vento.
Il duplice gasdotto sottomarino Nord Stream 1 e 2 è stato tra le prime vittime della guerra russa in Ucraina. Sabotaggi a fine 2022 hanno interrotto il flusso e, sorpresa delle sorprese, il costoso Nord Stream 2, con i suoi 11 miliardi di dollari spesi per raddoppiare le forniture di gas a buon mercato verso Germania, non è mai stato neppure certificato per l’uso. Quindi, un acquisto da collezione, insomma.
Non sono mancati gli iperottimisti che volevano pensare a una resurrezione di queste megastrutture energetiche, magari alla fine della guerra o alla firma di una improbabile pace. Facile immaginare quanto rapidamente si stia muovendo un negoziato che sembra una lumaca zoppa, con entrambe le parti ferme sulle loro famigerate “linee rosse”: accettare la resa permanente di territori, che siano sovrani o occupati, resta un tabù.
Parlando con un sito britannico, Vance ha mostrato un ottimismo da un baratro di realismo:
“Gli Stati Uniti cercheranno di risolvere la cosa, ma non direi con certezza che raggiungeremo una soluzione pacifica.”
Intanto le speranze di un accordo alimentano domande tanto ingenuamente ottimistiche quanto politicamente esplosive: cosa succederebbe se tornassero i gasdotti russi in Europa? Riaprire i rubinetti del gas russo sarebbe un colpo basso praticamente a chiunque abbia la buona voglia di tifare per Ucraina, considerando l’invasione a tutto campo e la feroce volontà del continente di staccarsi – gradualmente, ma comunque – dal gas low cost proveniente da Mosca.
Per dare qualche numero, nel 2021 gli approvvigionamenti russi coprivano circa il 45% del fabbisogno europeo di gas, mentre quest’anno si stima un misero 13%. Raramente un taglio così netto ha provocato così tanto dibattito.
Polonia non s’è fatta attendere, chiedendo l’abolizione definitiva dei gasdotti – soprattutto uno, mai entrato davvero in funzione – definendoli degni di essere smantellati. E l’Ucraina, ovviamente, prenderebbe questo tipo di “gesto di pace” come un tradimento. Curiosamente, però, Kiev ha beneficiato per anni da un vecchio gasdotto che attraversava il suo territorio, incassando lauti pedaggi per il transito. Che ironia! Un accordo scaduto da fine 2024, naturalmente non rinnovato a causa dello stato di guerra.
C’è da dire che i gasdotti Nord Stream sono stati progettati proprio per scavalcare l’Ucraina e quindi evitare quei fastidiosi pedaggi. Ma in un clima da trattativa negoziale – qualora la pace mai arrivasse – quei pedaggi potrebbero diventare la nuova arma di negoziazione. Una specie di “ti rimetto il gas se la tregua vale”.
Gli Stati Uniti sembrano intenzionati a mettere i bastoni tra le ruote ai russi, sperando di conquistare una fetta più grossa del mercato europeo del gas liquefatto (LNG). Ma Germania, collegata direttamente ai gasdotti e alle prese con industrie che piangono per i costi energetici alle stelle, potrebbe cadere in tentazione e riaprire le danze con il gas russo. Perché si sa, quando il portafogli brucia, le convinzioni a volte fanno la coda per fare un passo indietro.
Nel dicembre scorso, il Consiglio europeo e il Parlamento hanno raggiunto, roba da far invidia a un negozio di secondamano, un accordo provvisorio per smettere di importare gas russo: dal 2026 stop completo per il gas liquefatto, mentre quello via pipeline subirà lo stesso destino a partire dall’autunno 2027. Un calendario preciso, incostante come il vento, ma sempre un calendario.
Il destino (non troppo) glorioso di Nord Stream
Nel gennaio scorso, con un tempismo da applausi, l’Agenzia energetica danese ha concesso il permesso per effettuare lavori di manutenzione e conservazione sui gasdotti danneggiati, situati nella zona economica esclusiva della Danimarca nel Baltico.
La motivazione ufficiale? Prevenire ulteriori perdite di gas e l’ingresso di acqua ossigenata, che potrebbe causare corrosione. Un tentativo di mantenere viva una struttura che, per ora, resta abbandonata al suo destino e non ancora al lavoro.
L’autorizzazione arriva con una miriade di condizioni assurde, volte a garantire sicurezza – chissà per chi – e richiede una pianificazione annuale dell’impianto affinché, ovviamente, l’agenzia possa tenere sotto controllo ogni singolo passo della “facility”.
E dulcis in fundo: prima di poter riaccendere i rubinetti, qualsiasi condizione dovrà essere rispettata, ma l’agenzia ha già chiarito che finora nessuna domanda concreta di rimessa in funzione è stata presentata. Insomma, un bel modo per dire “lo teniamo lì a marcire, ma sotto controllo”.
“Direi che sono ancora riparabili, salvabili. Basta tagliare qualche miglio della parte danneggiata e sostituirla. Tutto sommato, si può fare,” ha ammesso con un filo di speranza a ottobre.
“Il conto si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari, ma hey, c’è ancora un gasdotto funzionante che potrebbe essere riacceso,” ha aggiunto saggiamente, come se fosse un gioco da ragazzi.
Quando gli chiedono se, nel frattempo, quei tubi pieni di gas stagnante vengano sorvegliati con cura, la risposta è tanto tragicomica quanto prevedibile: “Assolutamente no, non li osservano affatto.”
La domanda da un miliardo di rubli: l’Europa riaccenderà il gas russo?
Ora, la vera questione filosofica da meditare nelle fredde stanze dei bottoni è: Europa tornerà a comprare gas da Russia? Ovviamente, la risposta non è un semplice sì o no, ma un articolato “dipende da…”.
Vakulenko illustra con spietata sincerità che ogni gasdotto Nord Stream aveva una capacità di 55 milioni di metri cubi di gas. Quello che rimane dunque può offrire al massimo 27,5 milioni di metri cubi, che sarebbe il tetto massimo di gas russo che l’Europa sarebbe disposta a sorbire.
E attenzione al colpo di scena: il destino dipenderebbe da un “se” gigantesco. Se per caso Putin decidesse di non essere più presidente – cosa paragonabile a un evento cosmico improbabile – allora, forse, l’Europa potrebbe riabituarsi all’idea di un po’ di gas russo, ma non certo alle quantità mastodontiche di un tempo.
“In quel caso Nord Stream tornerebbe utile. Ma è un ‘SE’ mastodontico,” conclude l’esperto con lo spirito di chi si tiene pronta a ogni evenienza.
Da una parte, ci sono paesi europei che non farebbero una piega a integrare un minimo di gas russo nell’equilibrio energetico, per non dipendere troppo dall’ossessione americana e soprattutto perché, diciamocelo, il gas russo è ancora quello più economico.
Peccato che il continente non si sia ancora ripreso dall’inverno gelido causato dall’invasione su vasta scala del proprio vicino scomodo. Il Dutch Title Transfer Facility, ossia il termometro principe dei prezzi del gas europeo, era letteralmente raddoppiato rispetto all’era pre-bellica.
Come se non bastasse, la corsa all’intelligenza artificiale ha traghettato il discorso pubblico dall’“energy transition” a una sconfortante “energy addition”. Insomma, se ci fate caso, l’idea di rompere completamente con il passato si sta consumando in un silenzioso carosello di compromessi e ricalcoli.
Vakulenko sintetizza ironicamente: “Se non vi formate un naso troppo sensibile per comprare gas russo, e politicamente ed eticamente non vi scollate dalla situazione, allora sì, i motivi economici e commerciali sono tanti. Ma solo se tornerà una qualche forma di pacificazione tra Russia ed Europa. Un bel ‘se’, non c’è che dire.”
Dall’altro lato della barricata politica, l’analista Tancrede Fulop puntualizza che, soprattutto a breve termine, reintegrare il gas russo sarebbe una missione impossibile, grazie a quella cosa chiamata “legislazione europea recente” che fa saltare tutti i sogni di chi vorrebbe tornare indietro.
Con una cortesia degna del miglior diplomatico, fa notare però che in tempi di emergenza alcune deroghe sono previste, giusto per paesi come Ungheria e Slovacchia.
L’Europa ha, infatti, deciso di non farsi più prendere in giro dalla cosiddetta “weaponizzazione delle forniture di gas” da parte di Russia, e ora vuole farsi bella investendo nelle proprie capacità energetiche nazionali per non ritrovarsi mai più con il cerino in mano.
La Russia vuole davvero vendere gas a un’Europa così schizzinosa?
Altra domanda che fa girare le teste: Russia ha davvero voglia di vendere gas a un’Europa che fa la preziosa? La realtà è più complessa di quanto si immagini.
Fulop ci ricorda che la crisi energetica non è iniziata con l’invasione, bensì nel 2021, grazie a una stagione fredda e venti sfavorevoli che hanno fatto schizzare il consumo.
Il punto più gustoso? L’UE è stata lenta a dare il via libera a Nord Stream 2, consentendo a Russia di iniziare a ridurre le forniture ancor prima dell’inizio del conflitto, mossa che sa tanto di pressione politica mascherata da strategia commerciale.
Dall’altro lato, la forza contrattuale russa non è proprio il massimo; il gas in questione rischia di diventare una sorta di risorsa incagliata e impossibile da vendere se l’Europa fa la difficile.
Ovviamente, la Russia ha abbandonato (o almeno tentato di farlo) il lato europeo per coltivare un rapporto privilegiato con Cina, grazie all’oleodotto Power of Siberia, perché si sa, l’amicizia si fa con gli otto zero, e ovviamente con il gas.
Se anche si arrivasse a un improbabile accordo di pace con Ucraina, il falò diplomatico resta rischioso, dato che la Russia continua a giocare a fare la spavalda violando lo spazio aereo europeo.
In conclusione? Un ritorno trionfante del gas russo in Europa è un miraggio tanto luminoso quanto irraggiungibile, almeno nel presente roseo del 2025.
Il calo recente dei prezzi del gas, probabilmente grazie a mercati che scommettono su una pace imminente, e nuovi terminal di esportazione americani che guardano beffardi al continente, sono una buona notizia per l’Europa. Secondo Fulop, tutto questo crea un effetto ribassista sui prezzi e copre l’ipotetica fine delle forniture russe.



