Immaginate: la splendida isola corallina di Kharg, quella punta strategica che qualcuno ha avuto la brillante idea di chiamare “la linfa vitale petrolifera” dell’Iran, è sulla bocca di tutti. Non perché abbia deciso di diventare una meta turistica da sogno, ma perché il governo a stelle e strisce sta facendo i salti mortali per capire se fare il passo più rischioso e azzardato di sempre: metterci piede e prenderne il controllo. Cinque miglia di paradiso corallino, a soli quindici miglia dalla costa iraniana nel Golfo Persico, che finora ha saputo evitare, miracolosamente, le bombe degli attacchi orchestrati da Washington e Tel Aviv.
Secondo una rivelazione degna di un film di spionaggio firmata da un sito di news (citando non meglio precisate fonti anonime), l’amministrazione Trump ha discusso seriamente di calare l’asso: impadronirsi dell’isola. Non è un’idea da poco, dal momento che Kharg non è solo un pezzo di sabbia più o meno carino, ma è responsabile del 90% delle esportazioni di petrolio greggio dell’Iran, con una capacità di carico che può superare i 7 milioni di barili al giorno. Insomma, un gioiellino economico con un cartel da far impallidire qualunque petroliera jumbo.
E come si fa a prendersi un gioiello del genere? Beh, provate a immaginarvi uno sbarco in grande stile, con migliaia di truppe di terra americane pronte in formazione a conquistare il bottino, mentre gli esperti mattacchioni scrivono che questo sarebbe un esercizio tutt’altro che banale. Qualche migliaio di soldati non si schiera certo da solo, e il rischio di incasinare il mercato petrolifero è più concreto della sbornia del giorno dopo.
Il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, non ha mai avuto il coraggio di escludere uno sbarco sul suolo iraniano, ma ha promesso a modo suo che gli Stati Uniti non si impantaneranno in un nuovo pantano mediorientale. Che conforto, vero? Nel frattempo, il professorino di geografia militare Francis Galgano della Villanova University spiega che la posizione di Kharg è una chicca comodissima per accogliere olifantoni supertankers. Detto chiaro e tondo: chi la prende, vince (o fa finta di vincere) la guerra, magari in fretta e senza tante manfrine.
Francis Galgano ha usato parole gentili via email:
“Se il piano è vincere la guerra in tempi rapidi, distruggi o prendi subito Kharg. Ma per farlo servono almeno 5.000 truppe di terra ben armate.”
Aggiunge poi, con quella delicatezza tipica degli strateghi, che non si tratta certo di una passeggiata: muovere migliaia di soldati non è come spostare un carretto al supermercato, e intanto i mercati del petrolio già ballano come pazzi su trampoli di fuoco.
Da quando il duo Usa-Israele ha deciso di darsi alle bombe, i prezzi del petrolio sono più volatili di un peso piuma nel vento. L’Iran, da par suo, ha risposto al fuoco bombardando le navi che osano passare attraverso lo stretto di Hormuz, un passaggio d’acqua cruciale che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Per dare un’idea, da lì passa ben il 20% del petrolio e del gas che fa girare il mondo.
Un piccolo inconveniente che ha fatto oscillare il prezzo del Brent a quasi 100 dollari al barile e il West Texas Intermediate a 93 dollari, con tendenze al ribasso del 1-2%. Pare che l’idea di mettere l’isola fuori gioco sarebbe catastrofica. Gli esperti di JPMorgan sono pronti a scomodare scenari apocalittici: senza Kharg, metà del petrolio iraniano andrebbe a farsi benedire, mandando a monte la già scarsa capacità di esportare e mettendo in ginocchio interi campi petroliferi.
In parole povere, senza l’isola, l’Iran perde la sua “zona cuscinetto” di stoccaggio, quel qualche giorno di respiro necessario per tenere in piedi il circo del greggio. Zero, nada, niente. Il mercato è già preda del panico, e pensare di peggiorare la situazione spostandoci gli scarponi da combattimento è roba per veri masochisti geopolitici.
Dal canto suo, Richard Goldberg, consigliere senior di un think tank noto per le sue posizioni iper-aggressive su l’Iran, ci ricorda che le esitazioni spiegabili (ma non scusabili) sono dovute proprio al nervosismo dei mercati e all’incertezza su quanto a lungo possa resistere il regime di Teheran.
Richard Goldberg ha detto via email:
“Forse la situazione si sbloccherà quando riprenderemo il controllo sicuro dello stretto di Hormuz e capiremo se il regime regge ancora. A quel punto, prendersi il terminale petrolifero o renderlo inutilizzabile sarà un’opzione inevitabile.”
In sintesi, un delicato gioco di equilibrio tra il “mettiamoci i piedi” e il “forse è meglio lasciar perdere”, con il mondo intero a guardare il conto di petrolio salire e scendere come in una giostra impazzita. Ma tranquilli, sicuramente tutto finirà con un patto di pace firmato in grande stile e un bel brindisi a base di greggio. No?
Che sorpresa! Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, giovedì si è lasciato scappare che la fine della “guerra all’Iran” non è proprio all’orizzonte, anzi. Non contento, ha aggiunto che l’America “ha munizioni e tempo a volontà” per continuare la battaglia, perché, sapete, non c’è mai troppo da combattere quando si tratta di esportare la pace.
Nel frattempo, a Teheran, il nuovo supremo leader, Mojtaba Khamenei, non si lascia impressionare da queste minacce da film B e rincara la dose dichiarando che lo stretto di Hormuz deve rimanere sbarrato come “strumento di pressione sul nemico”. Chi è il nemico, in ogni caso, è piuttosto chiaro: chiunque osi avere a che fare con l’Iran senza il suo permesso celeste.
Un dettaglio succoso che spesso sfugge agli entusiasmi bellicosi del momento è il teatro di questa epopea: l’Iran non è esattamente un sabbioso parco giochi. Con le sue estensioni mastodontiche e le sue montagne ostinate, mobilitare truppe terrestri convenzionali dalla parte degli Stati Uniti sarebbe un’impresa mastodontica, requisito minimo centinaia di migliaia di soldati. Lo conferma con tono sobrio Alex Plitsas, senior fellow non residente del think tank Atlantic Council, che tranquillizza dicendo che “qualsiasi uso di forze terrestri sarà probabilmente limitato a operazioni speciali per missioni specifiche”.
Affascinante come queste operazioni “speciali” cambino magicamente il concetto di guerra. Un po’ come quando si dice “guerra lampo”, ma la luce in fondo al tunnel è solo quella di un bombardiere in arrivo.
Aggiungiamo anche che una delle zone più strategiche e controverse è l’isola di Kharg, nel Golfo Persico, un punto chiave per l’economia iraniana e per la geopolitica energetica globale. Avere la meglio lì non è proprio una passeggiata, ma più un invito a sorbirsi un cocktail di tensioni internazionali, sanzioni e minacce reciproche.
Mentre tutto questo accade, il sipario sui giochi di guerra fa da sfondo a un dettaglio sconcertante: nessuno sembra davvero voler fare il primo passo verso una fine definitiva, come se la situazione fosse diventata un gigantesco braccio di ferro pokeristico dove scordarsi di chi ha la mano vincente.
Insomma, Donald Trump e Mojtaba Khamenei si sfidano a suon di “time to fight” e “stretto bloccato”, ma intanto la popolazione che vive lì sotto, tra montagne e isole strategiche, può solo sperare che le damigelle d’alta politica internazionale trovino finalmente la forza di passare dalle parole ai fatti, magari di pace.
Fino ad allora, possiamo solo ammirare il teatrino in cui “tanti soldati”, “munizioni a volontà” e “strette di Hormuz chiuse” si rincorrono in un carosello dal sapore amaro, mentre i veri protagonisti della storia – gli abitanti di quelle terre – rimangono tutti in panchina, spettatori di uno spettacolo dal copione già scritto e, purtroppo, mai noioso.



