Il teatrino della politica americana regala un nuovo capitolo di irresistibile comicità: la governatrice della Federal Reserve, Lisa Cook, sembra al momento al riparo dal taglio netto che Donald Trump sognava di infliggerle. Dopo un tira e molla degno di una soap opera, la Corte Suprema ha mostrato un certo “scetticismo” – parola del giorno per indicare l’essere perplessi – sulla legittimità della sua rimozione, un’idea che il presidente degli Stati Uniti sta bramando da mesi, solo perché la signora avrebbe commesso “presunte frodi” per un mutuo. Già, niente di meno che un sospetto che, come per magia, arriva proprio quando l’indipendenza della banca centrale sembra un dettaglio da mettere in discussione.
Non bastasse il melodramma intorno a Cook, sul palco dell’udienza si è presentato anche il super protagonista: Jerome Powell, il capo della Fed, bersaglio a sua volta di un’indagine per i lavori (per modo di dire) di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale. Insomma, un bel quadretto di trasparenza e integrità, tutto in salsa… presidenziale.
Il presidente ha non lesinato critiche – manco fosse un comico da cabaret – attaccando Powell, soprattutto durante il forum di Davos. La sua accusa? “È sempre in ritardo” nel tagliare i tassi di interesse, come se la riduzione dei tassi fosse una questione di puntualità più che di strategia economica. E come ciliegina, Trump ha tenuto a precisare che presto nominerà un nuovo presidente Fed. Un gesto di generosità indescrivibile, considerando che ha ammesso candidamente che “una volta alla guida, le persone cambiano”. Tradotto: lui valuta la fedeltà come un requisito prioritario, perché, ovviamente, la lealtà vale più della competenza, specie quando si decide chi controlla la politica monetaria.
Powell sotto attacco: qual è il vero motivo?
Nonostante Powell sia stato una scelta di Trump, ci troviamo di fronte a un paradosso perfetto. Da mesi, infatti, è sotto un attacco incrociato da parte del presidente e, per di più, anche il segretario al Tesoro – indipendentemente dai ruoli istituzionali – ha deciso di infierire, definendo la sua partecipazione all’udienza un “errore”. Perché? Perché, secondo lui, Powell starebbe trasformando la Fed in un campo di battaglia politico, cercando di influenzare i giudici della Corte Suprema. Insomma, l’accusa è di voler ribaltare le regole del gioco e di politicizzare la banca centrale, quell’istituzione che per missione dovrebbe restare impermeabile a queste sceneggiate da campagna elettorale.
La Corte Suprema e l’indipendenza della Fed: un compromesso improbabile
Accantonando la presenza di Powell, la vera star è stata la Corte Suprema, compatta nell’esprimere un cauto (leggi estremamente sarcastico) scetticismo di fronte alla pretesa presidenziale di licenziare Lisa Cook. I poteri di Trump sulla Fed sembrano meno solidi di quanto lui sperasse. Il giudice Brett Kavanaugh, nominato proprio da Trump, ha avuto la brillante idea di ricordare agli avvocati della presidenza che spinger per la rimozione di Cook potrebbe avere l’effetto collaterale di “indebolire, se non frantumare, l’indipendenza” della banca centrale. E giù con la chicca: avvalorare questa linea significherebbe aprire una porta spalancata per le prossime amministrazioni, che potrebbero usarla come carta jolly per usare la Fed come fossero i loro scacchi personali.
La giudice Amy Coney Barrett, sempre incline a non schierarsi apertamente, ha comunque fatto capire che sposare la causa di Cook non è un’opzione su cui metterebbe la firma con entusiasmo. Tradotto: diplomazia istituzionale nell’arte di non impegnarsi troppo, perché si sa, meglio non inimicarsi chi potrebbe rischiare di rimanere sotto tiro anche domani.
Insomma, ci troviamo nel bel mezzo di un conflitto che fa venire il mal di testa anche agli osservatori più disincantati: un presidente che vorrebbe piegare una banca centrale storicamente indipendente a colpi di licenziamenti e accuse di frodi quasi da cinepanettone, una Corte Suprema che fiuta il rischio di trasformarsi in una marionetta e un sistema che sembra sempre più in bilico tra serietà istituzionale e sgangheratezza politica degna di un reality show. Il tutto condito da un clima in cui la parola “indipendenza” suona più come un miraggio che come un principio praticato.
Che sorpresa: ancora una volta, la Federal Reserve si ritrova al centro dell’attenzione per il suo modo brillante di navigare tra le acque torbide dei mercati finanziari. La governatrice ha infatti suscitato scalpore non tanto per le sue decisioni limpide e condivise, ma per essersi chiesta ad alta voce perché il governo non abbia scelto la via più semplice: tenere un’udienza pubblica per spiegare le proprie ragioni, magari illuminando tutti con la sua tesi contro Cook. Evidentemente, la trasparenza non è la parola d’ordine quando si parla di decisioni monetarie che influenzano l’intero globo.
A fine udienza, la stessa governatrice ha voluto precisare che, da qui in avanti, l’ago della bilancia della Fed sarà decidere sui tassi non basandosi su semplici opinioni o comodità politiche, ma su prove concrete. Una caduta di stile se pensiamo che già Jerome Powell, ai suoi tempi, si trovò alle prese con indagini che puntavano il dito proprio su questo delicato equilibrio tra autonomia e pressioni esterne.
Come se non bastasse, gli investitori mondiali, quei geni capaci di rincorrere ogni minimo sussurro nei corridoi di Wall Street, continuano a scommettere che una Fed indipendente sia la chiave di volta per far girare il carosello dei mercati senza farlo deragliare. E uno si chiede, con tutta questa pressione e i giochi di potere, per quanto ancora la meravigliosa illusione dell’indipendenza potrà durare.
Il paradosso di una “Fed” indipendente
Forse ce lo siamo dimenticati, ma l’idea della Federal Reserve era nata proprio per evitare che le decisioni economiche più importanti fossero vittime delle solite beghe politiche. Un taglio netto, una cesura decisa che avrebbe dovuto proteggere i mercati dalla confusione e dall’instabilità delle pressioni esterne.
E invece? E invece eccoci qui, ancora a discutere di udienze pubbliche, indagini, presunti condizionamenti, e quel delicato equilibrio tra politica e finanza che sembra più un gioco delle tre carte. Mentre si parla di prove concrete, si continua a sospettare che dietro l’angolo abbiano sempre un occhio puntato sulle convenienze del momento. Una tela di contraddizioni che forse solo gli investitori più audaci riescono a dipanare senza perdere la bussola.
A ben vedere, l’intera faccenda assomiglia più a un grande spettacolo teatrale, dove il pubblico – quel vasto e incerto mercato globale – si ritrova spettatore e al contempo vittima inconsapevole di un copione scritto a tavolino, tra bisbigli e scenari strategici mai del tutto chiari.
Il gioco delle audizioni: trasparenza o farsa?
Ammettiamolo: un’udienza pubblica sarebbe stata un toccasana per tutti. Almeno in teoria. Sarebbe stata l’occasione per chiarire con trasparenza come il governo intenda gestire tassi, pressioni politiche e indipendenza della Fed. Invece, si preferisce giocare a nascondino, lasciare che le voci corrono, e che i mercati facciano i conti con giorni di incertezza e speculazione selvaggia.
Una decisione che fa dubitare sulla reale volontà di informare o semplicemente sul desiderio di mantenere un’atmosfera “controllata” dove tutto possa essere gestito senza troppe interferenze. Quel famoso “basta andare avanti con prove concrete” suona ormai come un ritornello stanco, pronunziato da chi forse ha già deciso da che parte stare, molto prima di avviare qualsiasi indagine seria.
Insomma, lo scenario è quello di una buona dose di teatrino politico-economico in salsa americana, con una pittoresca dose di cinismo, capace di lasciare tutti a bocca aperta… o forse semplicemente un po’ più confusi.
La speranza degli investitori: illusione o realtà?
Gli investitori, volenti o nolenti, continuano a riporre fiducia in quell’idea di Fed indipendente come garante del buon funzionamento dei mercati globali. Una sorta di santo graal che dovrebbe tenere a bada gli eccessi, stabilire regole e direttive al riparo dai capricci politici.
È una speranza che piace, certo. Ma alla luce delle ultime notizie e delle dinamiche in gioco, viene spontaneo chiedersi quanto tutto ciò non sia invece un gioco di equilibrismi molto precari. Un castello di carte sul quale si giocherà la solidità futura non solo dei mercati, ma anche di un sistema economico che ha sempre più bisogno di chiarezza, decisioni coraggiose e – perché no? – un po’ di onestà intellettuale.
Per ora, invece, siamo ancora a guardare con sguardo critico quel teatrino dove regna la discrezionalità più assoluta, accompagnata da un cocktail di dichiarazioni altisonanti e promesse di “indipendenza” che fanno tanto effetto, ma lasciano ben poco di concreto sul piatto.



