Ah, l’Atalanta, quella squadra quasi sconosciuta che decide di fare il miracolo e stupire la platea della New Balance Arena di Bergamo, rifilando un sonoro 3-0 alla mitica Juventus. Certo, non è riuscita a fare tutto da sola: ha avuto bisogno di un rigore regalato da un arbitro particolarmente generoso e di due gol che sembravano quasi episodi da amatori, firmati da Sulemana e Pasalic. La Dea, ormai con la fama di novella dominatrice, attende la gloria in semifinale contro la vincente di Bologna-Lazio, che si deciderà in una partita che promette altrettanto spettacolo… o forse no.
Il match non ha perso tempo a dare spettacolo: ritmi altissimi, con la Juve che ha messo in campo tutta la sua sapienza tattica per buttare subito cittadini in area, sperando di mettere pressione. Invece, gli attacchi orchestrati sembravano più un remake di qualche coreografia confusa. Conceiçao dalla destra ha provato a inventare passaggi al limite dell’improbabile, mentre Thuram ha tentato di infilarsi in area con una spaccata degna più di un tuffo olimpico che di un attaccante affamato di gol. Il povero Carnesecchi, portiere trentino, sembrava piuttosto sorpreso e impegnato più a domandarsi quali fossero le regole di quel gioco che a parare realmente.
Nel frattempo, Locatelli provava dal limite con scarsi risultati, e l’unico vero pericolo creato sembrava uno scherzo del destino: un tiro sulla traversa da parte del solito Conceiçao, che ha finalmente mostrato di saper colpire qualcosa di solido, anche se non proprio la rete. Al 27′, però, arriva un momento di gloria per l’Atalanta: rigore per un mano in area di Bremer. Un regalo mica da ridere, che Scamacca si incarica di trasformare con la freddezza di chi sa che quel gol peserà molto sulle sorti della partita, e della serata juventina.
Ovviamente la Juventus non si è arresa immediatamente: qualche traversone, qualche angolo, ma senza riuscire a convertire le occasioni in gol. Nemmeno un salvataggio miracolistico di Ahanor sulla linea sembrava abbastanza per convincere gli orobici a rilassarsi. Al contrario, la Dea sembrava carburare a vista d’occhio, pronta a infliggere il colpo del ko.
Secondo tempo e subito la solita pantomima: la Juve cerca la rimonta con cambi che paiono più disperati tentativi di rianimazione che vere strategie. Boga, ciliegina sulla torta, debutta ma il suo ingresso non produce più che un dribbling qua e là e qualche assist offerto agli avversari. Non sembra proprio la sera dei bianconeri, che sbattono contro un muro blu e nero che non lascia passare praticamente nulla.
Il crescendo della Dea porta al raddoppio firmato da Sulemana, che riceve un assist perfetto e fa quello che ci si aspettava fin dall’inizio: gonfia la rete e affonda un po’ di più una Juventus incapace di scuotersi. Dal nulla arrivano altri cambi da entrambe le parti, come se un numero maggiore potesse magicamente risolvere i problemi. Ma no, la realtà calciofila si scriveva ancora a tinte nerazzurre, con il terzo gol che arrivava da Pasalic, a suggello di una serata che per i bianconeri sarebbe meglio dimenticare prima possibile.
Un’Atalanta da Serie A (finalmente)?
Parliamo chiaramente: questa Atalanta non ha soltanto meritato di passare, ha praticamente umiliato una squadra che un tempo dettava legge in Italia. Il gioco rapido, la reattività difensiva e qualche episodio fortunato hanno fatto la differenza. Se questa è la strada, allora il titolo di “Dea” in ogni senso incontestato può finalmente essere rivendicato senza timori di smentite.
La Juventus, invece, mostra una fragilità imbarazzante e un’incapacità di reazione che fa pensare più ad una squadra di provincia che a una delle grandi d’Italia. Cambi tardivi, assenza di idee e un pressing che pare solo una sceneggiata per il pubblico fanno di questa partita uno spiacevole promemoria per tutti i tifosi che ancora sperano in una resurrezione imminente.
Conclusioni amari e qualche lezione
In definitiva, l’incontro tra Atalanta e Juventus ha dimostrato che non basta vivere di gloria passata per imporsi ancora, tanto meno sulla scena nazionale. Serve gioco, grinta e un briciolo di fortuna – non sempre regalata dall’arbitro, ma che in certe occasioni fa comodo.
Per i bianconeri è tempo di riflessioni profonde e magari di un dietrofront sul mercato e sulle scelte tecniche. Per gli orobici, invece, una semifinale che vale una fetta enorme di sogni e, fosse anche solo per questa notte, un trionfo che farà parlare a lungo.
Si riparte con gli stessi ventidue protagonisti del primo tempo, tra cui spicca un giovanotto di nome Zappacosta, che al 7′ prova un’azione solitaria degna di un video musicale. Dopo aver vinto qualche contrasto come se avesse batteria e chitarra a spese degli avversari, conquista un angolo che si trasforma nell’occasione per un caloroso abbraccio con Raspadori. Insomma, il calcio è anche socialità, no?
Al 12′ arriva la classica ripartenza Juventus stile “vediamo se qualcuno si è addormentato”. Kalulu scatta nello spazio centrale con la fluidità di un cammello in tangenziale, dialogando con un immobile David. Il tentativo di tiro in porta viene gentilmente fermato dal sempre impeccabile Djimsiti, che si concede pure il lusso di uno stop da manuale.
Al 19′ eccoci al primo cambio: fa il suo ingresso Boga, probabilmente per dimostrare che anche lui esiste e non solo per firmare contratti. Al primo tocco, regala l’illusione di un assist a Conceiçao, ma la difesa degli avversari ha già un’esagenza ancestrale di chiudere gli spazi.
Al 22′ la Juventus tenta di costruire da sinistra, e l’azione passa da David a un McKennie ancora in modalità “nessun obiettivo centrato”. Due minuti più tardi, il prode Locatelli si trasforma in guardiano di confine, schermando ala galopante Bernasconi per poi far ripartire il gioco. Peccato che poco dopo anche la sua chiusura sia degna di applausi, tanto da costringere Scalvini al salvataggio sulla linea finale.
Al 26′, la strategia calcistica si fa demenziale: Palladino piazza in campo Bellanova e Sulemana al posto di Scamacca e Zappacosta, trasformando l’inconsueto Raspadori nel tanto osannato, ma meno visto, centravanti. Per giunta, al 28′, Boga regala dribbling che fanno impallidire un flamenco, arriva sulla linea di fondo e mette in mezzo un pallone che nessuno ha il genio di raccogliere. Standing ovation per la squadra di condivisione del talento.
Al 30′ è il momento di rivoluzioni tattiche in casa bianconera: fuori Locatelli e David (che hanno evidentemente fatto il loro dovere fino alla nausea), dentro il fischiatissimo Koopmeiners e il nuovo acquisto Holm, al debutto tra i cori anti. Nel frattempo, Palladino risponde inserendo Krstovic per Raspadori e Kossounou per Scalvini, dando nuova linfa alla squadra ma mantenendo intatto lo spirito di imprevedibilità… o di confusione.
Al 32′ arriva il raddoppio glorioso. De Roon recupera palla come se aspettasse da sempre questa occasione e la mette in mezzo con l’assoluta precisione di Bellanova, che serve Sulemana e sigla il gol del 2-0. Se qualcuno aveva ancora dubbi sulla serietà della partita, ora può considerarsi definitivamente sprofondato nello sconforto.
Pochi minuti dopo, Spalletti decide che è il momento di esaurire le opzioni superstiti inserendo Openda per Conceiçao e Zhegrova per Cambiaso. Una scelta destinata a rimanere impressa finché non si paleserà qualche altra astrusa mossa tecnica.
Al 40’ arriva la ciliegina sulla torta di questa disfatta: rilancio di Bremer così azzardato da farsi intercettare da Bernasconi. Il giovanotto piano piano si avvicina al limite dell’area, protegge il pallone con la grazia di un ballerino e poi scodella per Pasalic, che non lascia scampo a Perin infilando il 3-0. Sarebbe stato deplorevole continuare a far finta di competere.



