Assolutamente nessuna speranza di riequilibrare la distribuzione delle fatiche di cura tra madri e padri. La maggioranza, con un tempismo degno di miglior causa, ha gentilmente archiviato la proposta di legge per un congedo parentale equamente retribuito, proposta insaporita dall’assenso trasversale di tutti i partiti di opposizione. Pare che per il governo e la sua allegra compagnia il sostegno alla natalità si fermi al semplice invocare il numero delle nascite, tralasciando quel piccolo dettaglio del padre che, udite udite, dovrebbe anche contribuire all’accudimento.
Lo sapevamo già da quando la Ministra per la famiglia ha deciso che nessuna norma avrebbe mai impresso un minimo di condivisione sul ricco congedo genitoriale di tre mesi, indennizzato all’80%, che lei stessa ha avuto la facoltà – e la gentilezza – di introdurre. Il lavoro sporco di prendersi cura dei pargoli resta un affare materno per definizione e mai un padre potrà aspirare a sporcarsi le mani in tale impresa. Insomma, le cure parentali restano un onere tutto rosa e fiori per questa maggioranza dal cuore decisamente pesante.
Eppure, per chi avesse voglia di guardare oltre il proprio naso, diversi studi internazionali dimostrano che quando i padri condividono la cura, non solo le madri restano più a lungo nel mercato del lavoro, ma la natalità – quella tanto sbandierata – ha anche qualche chance di crescere. In più, se il congedo parentale è ben pagato, entrambi i genitori possono abbandonare per un po’ le trincee dell’ufficio per dedicarsi ai preciosi mille giorni iniziali, quei prodigiosi primi mesi che, ahimè, questa maggioranza sembra voler regalare solo alle mamme.
E qui si potrebbe fare un passo indietro e valutare che, sebbene l’ufficio parlamentare di bilancio abbia fatto le pulci alle coperture finanziarie, una buona volontà da ambo le parti avrebbe almeno potuto permettere un briciolo di dialogo. Magari trovarsi a metà strada: ridurre le spettanze dall’80% a qualcosa di più contenuto, procedere a tappe forzate aumentando gradualmente i mesi di congedo ben pagato, e magari, solo magari, assegnare metà del tempo a ciascun genitore, così, giusto per confondere un po’ le abitudini millenarie di divisione rigida tra i sessi.
Ma no, troppo facile. Questa maggioranza preferisce rimanere sul sicuro, dichiarando a gran voce che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà (come se non fosse ovvio), ma escludendo che quel papà possa anche mettersi all’opera con pannolini e poppate. Risultato? Il padre accudente è considerato un pericoloso sconvolgimento dell’ordine naturale, mentre la mamma lavoratrice è ancora vista come una specie di rivoluzionaria, ma almeno non mina le fondamenta del tradizionalismo becero.
Non è un caso se guardiamo alla vicina Spagna, da sempre considerata culturalmente simile all’Italia. Lì, dal 2024, i geni della politica hanno introdotto un congedo parentale paritario di 19 settimane per ciascun genitore, indennizzato al 100% (e addirittura 32 settimane per i genitori single). Roba da fantascienza se ci si ridesta in Italia, che sembra ancora ferma agli albori dell’età della pietra sociale.
Un’occasione persa o una scelta consapevole?
Chi parla tanto di famiglia e valori tradizionali dovrebbe forse riflettere su quale famiglia si voglia davvero sostenere: quella in cui la cura è un fardello esclusivamente femminile o quella in cui entrambi i genitori possono condividere i momenti più delicati, aiutando i figli a crescere con due punti di riferimento attivi e presenti? Invece, la scelta è stata dettata, con la sottile eleganza di un masso lanciato contro il progresso, dall’idea che i ruoli di genere debbano restare immodificabili, impermeabili al tempo e alla realtà quotidiana.
Peccato per i bambini. E peggio ancora per le madri, costrette a fare da sole quell’impresa che terrebbe in considerazione la collaborazione utile e necessaria di un padre coinvolto. Ma chissà, forse qualcuno teme che un papà troppo affettuoso possa trasformare tutto in un grande rischio di “confusione di genere”. Meglio che resti a guardare, tanto per non turbare gli equilibri di un ordine sociale così saldamente ancorato alle proprie incoerenze.



