«Il 30 luglio ho l’appuntamento in Comune per il riconoscimento di mia figlia, che ha appena compiuto un anno. Subito dopo, mi precipiterò a richiedere il congedo obbligatorio retribuito di dieci giorni: il mio geniale datore di lavoro, fino a poco fa, ignorava se me lo spettasse o meno, ma dopo avergli inviato la sentenza di recente, ha promesso che me lo concederà.» Barbara Ceppi, milanese di 47 anni e mamma di due figli con la compagna Chiara Cerri, 44 anni, non nasconde la soddisfazione. Queste due madri coraggiose sono state in prima linea nella battaglia per il riconoscimento dei congedi parentali alle coppie omogenitoriali. La sentenza della Corte costituzionale che ha finalmente equiparato i diritti di queste coppie a quelli eterosessuali è, per loro, «una gioia immensa, un riconoscimento fondamentale, sia simbolico che pratico: ci consentirà di gestire meglio la famiglia».
La vicenda di queste milanesi e dei loro due bambini racconta, con ironia tragica, le assurdità che le coppie omogenitoriali devono sopportare in Italia. Barbara spiega: «La mia compagna ha partorito entrambi i nostri figli. Il primo ha compiuto 6 anni domenica. Quando è nato, il Comune di Milano stava appena iniziando a registrare i figli di due madri. Io ero stata riconosciuta da subito sul suo atto di nascita, ma ciò nonostante, i congedi parentali mi venivano negati.»
Proprio così, Barbara chiedeva di poter godere, come ogni padre che si rispetti (o presunto tale), non solo dei pochi giorni di congedo alla nascita del figlio, ma anche di quei famigerati tre mesi facoltativi di congedo parentale al 30% dello stipendio che i papà – per qualche motivo – hanno a disposizione. «Ho chiesto al mio datore di lavoro, l’allora Agenzia di Tutela della Salute della città metropolitana di Milano, ma la sua risposta è stata un gran bel “No”. Allora, grazie all’associazione di giuristi Rete Lenford, abbiamo fatto causa per discriminazione. E indovinate un po’? Abbiamo vinto in due gradi di giudizio.»
Alla fine, Barbara ha potuto usufruire dei congedi, anche se in buon ritardo e solo dopo aver combattuto una guerra legale che avrebbe stancato anche un tribunale. Si potrebbe pensare che, a quel punto, tutto fosse stato chiarito e pacificato. Ma no, il mondo delle coppie omogenitoriali in Italia ama mantenere viva la suspense. Al nascere della loro seconda figlia, a giugno 2024, la situazione si è incredibilmente complicata ancora una volta. Perché? Perché la sentenza precedente riguardava solo il primo bambino, e la burocrazia sembra divertirsi a mettere ostacoli dove non ce ne sono.
Insomma, nonostante la parola “Costituzione” venga sbandierata a destra e a manca, fino a pochi mesi fa le norme italiane facevano finta di ignorare che anche le coppie gay meritassero di accedere agli stessi diritti dei genitori etero. Il risultato? Due mamme che devono faticare il triplo solo per ottenere quei pochi diritti definiti “ordinari”. Per fortuna, una sentenza di maggio ha finalmente cominciato a mettere un freno a questa buffonata giuridica.
Un diritto negato, una sentenza tardiva
Per chi si fosse distratto, i congedi parentali sono quei giorni di sollievo con stipendio parzialmente o interamente garantito che un genitore può prendersi per accudire il proprio figlio malato o semplicemente per condividere l’esperienza della genitorialità. Facile, no? Forse, se non si fosse in un Paese dove la discriminazione ammicca vellutata dietro una coltre di codici civili e interpretazioni capziose.
Barbara e Chiara hanno dovuto insistere, battere i pugni in tribunale, tutto per vedersi riconoscere qualcosa che per un padre etero è quasi scontato. Adesso, grazie a quell’illuminante sentenza di maggio, quando i loro figli si ammaleranno, entrambe potranno assentarsi dal lavoro senza subire smorfie e occhiate di disapprovazione. Che progresso, eh?
Non che questa vittoria cancelli il fatto che fino a ieri dovevano fare salti mortali giuridici per esercitare il semplice diritto di amare e prendersi cura dei propri figli. La vita quotidiana delle coppie omogenitoriali, insomma, si muove in un parco giochi di leggi e regolamenti contraddittori, dove il riconoscimento ufficiale arriva sempre dopo anni di battaglie sfiancanti.
Belle parole e realtà distorte
Da un lato, la legge sembra finalmente accettare il fatto che due persone dello stesso sesso possano essere entrambe genitori a tutti gli effetti. Dall’altro, le aziende, le amministrazioni e una certa parte della società continuano a comportarsi come se l’ultimo secolo non fosse mai passato. Come se crescere una famiglia contenesse ancora una quantità infinita di ostacoli e scorciatoie da dover imparare a memoria.
«Abbiamo dovuto aspettare la sentenza per dimostrare che non chiedevamo favori, ma solo diritti uguali», ricorda amareggiata Barbara. Ma l’ironia della situazione è che, mentre si stava combattendo questa battaglia, la maggior parte dei genitori etero probabilmente aveva accesso a tutti i benefici senza bisogno di fare ricorsi legali. Semplicemente, era tutto così “normale” da non chiedersi neppure se fosse giusto.
Un’epopea sulla disuguaglianza mascherata da burocrazia. Una storia che dovrebbe far riflettere, ma che qualcuno preferirebbe ignorare, continuando a brindare all’uguaglianza con un bicchiere mezzi vuoto. Nel frattempo, Barbara e Chiara pianificano la prossima mossa: non più solo diritti su carta, ma rispetto concreto nella vita di tutti i giorni.
Ah, la dolce burocrazia italiana che si diverte a giocare a nascondino con i diritti fondamentali. Barbara, infatti, non solo ha dovuto fare i salti mortali per ottenere i congedi parentali, ma si è vista costretta a iniziare una pratica di adozione per la propria figlia. Perché? Beh, grazie alla magnifica circolare del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha saggiamente bloccato tutti i riconoscimenti alla nascita fatti dai sindaci. Così, cherie, mentre il primogenito era stato riconosciuto senza drammi, sua figlia invece ha fatto la lunga trafila dell’adozione. Genialità burocratica allo stato puro.
L’iter della cosiddetta stepchild adoption, come previsto, ha richiesto mesi e mesi di pazienza. Quasi una sorta di spasso infinito tra uffici e scartoffie. Fortunatamente, a maggio, la Corte costituzionale ha fatto il miracolo di sconfessare la circolare Piantedosi, imponendo il riconoscimento alla nascita dei figli nati da due madri. Barbara confessa candidamente di aver pianto di gioia per un’intera giornata, che sia chiaro: lacrime di felicità, non altro.
Così, finalmente, ha potuto prenotare il fatidico appuntamento per il riconoscimento formale di sua figlia, previsto per il prossimo mercoledì. Nel frattempo, arriva anche la sentenza della Corte costituzionale sui congedi parentali, che finalmente include tutti i figli di coppie omogenitoriali. Ma non è semplicemente una questione di burocrazia: è pura sopravvivenza. Perché, racconta Barbara, quando la piccola aveva appena sei giorni, è stata ricoverata in terapia intensiva neonatale per una febbre altissima. Regolamento alla mano, solo i genitori potevano accedere: e indovinate? Senza un riconoscimento formale, Barbara sarebbe dovuta restare fuori dalla porta, impotente.
Per fortuna, i medici, a differenza dei nostri cari politici, hanno capito subito l’assurdità della situazione e l’hanno lasciata entrare. Perché la realtà, si sa, è sempre meno intelligente delle leggi fatte da chi non ha mai conosciuto una fila agli uffici pubblici. Ora, però, con il riconoscimento ufficiale, possono entrambe permettersi di assentarsi dal lavoro per prendersi cura dei propri figli quando necessario. Una conquista da poco, che però ha richiesto una guerra istituzionale indegna di un Paese civile.


