Che gioia. Un altro “scenario complicato” è alle porte, segnato da un cocktail esplosivo di “più incertezza e meno fiducia” e accompagnato da un festival di export, consumi e investimenti che rallentano a passo di lumaca. A dipingere questo quadro da incubo ci pensa il Centro Studi Confindustria, che definisce i dazi Usa al 30% un’idea semplicemente “insostenibile”. Una vera sorpresa, non è vero?
Il Csc non si fa problemi a sottolineare che gli ultimi annunci sui dazi americani hanno fatto salire alle stelle l’incertezza e hanno eroso ogni minima traccia di fiducia. Insieme a un dollaro che fa le bizze svalutandosi, questa è la ricetta perfetta per mettere il freno a mano a export, consumi e investimenti. Però, in mezzo a tanta desolazione, ecco spuntare qualche raggio di sole: il prezzo del petrolio scende (finalmente), l’inflazione resta contenuta e la Banca Centrale Europea sembra pronta a tagliare i tassi. Nel frattempo, l’industria italiana si crogiola nella stagnazione del secondo trimestre mentre i servizi arrancano lentamente.
Passiamo agli investimenti, o meglio a quello che ne resta. Gli indicatori sono ben chiari: nel secondo trimestre la situazione peggiora. Investire? Meglio lasciar perdere. La fiducia delle imprese si riprende un po’ a giugno, ma restano ferma a livelli da far venire il mal di testa (93,9, in aumento da 93,1, ma sempre bassissimo rispetto a gennaio). Gli ordini di beni strumentali continuano a scendere – ormai negativi da mesi, con un -19,0 rispetto al -17,7 precedente – anche se, banalmente, qualcuno comincia a pensare di riprendersi.
Al Csc non sfugge la verità dietro questi numeri: l’incertezza è la peste nera che uccide ogni voglia di investimento e, sorpresa sorpresa, anche i consumi stentano. Nel primo trimestre il reddito reale ha registrato una crescita più che dignitosa (+0,9%), ma i consumi sono riusciti a salire solo dello 0,2%, bloccati dalla quota di risparmio in aumento, un vero segnale che la paura guida il portafoglio delle famiglie. E per il secondo trimestre non cambia nulla: la pensano così anche i numeri. Occupazione in leggero aumento a maggio, ma la fiducia affonda a giugno, le vendite al dettaglio sono inchiodate alla parità praticamente zero e le immatricolazioni di auto? Crollano del 17,4% su base annua. Buono a sapersi.
I dazi Usa e il loro impatto devastante su export e Pil
Con tariffe al 30% su tutti i prodotti e un cambio euro-dollaro così ballerino, l’export italiano di beni verso gli Stati Uniti perderebbe circa 38 miliardi di euro, ovvero il 58% delle vendite negli Usa, il 6% dell’export totale e, per chiudere il cerchio, il 4% della produzione manifatturiera nazionale, contando pure gli effetti indiretti. È un vero colpo basso per l’economia del Belpaese, fa sapere il Centro Studi Confindustria, che non manca di ricordare il “forte impatto netto sul Pil”.
Un’analisi dettagliata ci racconta che, mentre le vendite di beni verso gli altri mercati mondiali potrebbero aumentare di circa 13 miliardi cumulati entro il 2027, questo rialzo è ben poca cosa rispetto all’emorragia Usa, e serve solo a tamponare una parte delle perdite.
L’export totale di beni scenderebbe comunque del 4%, mentre gli investimenti in macchinari e impianti perderebbero un altro punto percentuale. Tutto questo rispetto a uno scenario immaginario senza dazi. Il risultato finale? Nel 2027 il Pil italiano sarà più basso dello 0,8% rispetto a quanto previsto senza questo caos tariffario. Applausi.
Un piccolo dettaglio non da poco: i dazi imposti sui prodotti europei alla dogana Usa, già al 10% dal 5 aprile, presto potrebbero salire al 30% a meno che non arrivi un miracolo o un accordo tra le parti. Nel frattempo, gli Stati Uniti mantengono tariffe maggiori (25%) su settori cruciali come autoveicoli, componenti, acciaio e alluminio. Insomma, un mix perfetto di buon senso e diplomazia che sta facendo faville.
Che gioia immensa scoprire che i dazi americani non si accontentano mai: dopo aver alzato la posta a un fantastico 25% a marzo, da giugno si farà un bel regalo raddoppiando al 50%. E non stiamo parlando di brutte sorprese per pochi: farmaci, minerali “critici”, semiconduttori, legname, aerei e niente meno che cantieristica navale. Insomma, se sei europeo e vuoi vendere qualcosa agli Stati Uniti, preparati a essere uno dei principali bersagli di queste delizie tariffarie, praticamente sullo stesso piano della superamata Cina, che vedrà il suo dazio balzare da un modesto 21% a un gentile 51%.
Nel frattempo, altri Paesi se la cavano con dazi modesti al 10%, e alcuni, per loro fortuna o per il piacere di Washington, hanno accordi commerciali privilegiati che limitano queste follie: penso al USMCA con Canada e Messico, o al simpaticissimo Economic Prosperity Deal con il Regno Unito. Eh già, vivere la doppia morale su un altro pianeta è evidentemente più piacevole.
L’incertezza politica americana: la ricetta per il caos economico
Non sorprende che l’incertezza legata alla politica economica negli Stati Uniti stia esplodendo più velocemente di un fuoco d’artificio nel caos di Capodanno. Grazie allo show incessante dell’amministrazione Trump, l’incertezza è salita del 131% nella prima metà di luglio 2025 rispetto a dicembre 2024, secondo Confindustria. Come se non bastasse, anche quella globale non è da meno, con un aumento dell’86% e livelli da capogiro che superano persino i picchi drammatici della pandemia. Fantastico, vero? Meno fiducia nella grande economia mondiale significa solo una cosa, e la moneta lo sa bene: via libera a una svalutazione spettacolare del dollaro, che perde quasi un 14% contro l’euro da inizio anno. Pronti a un’altra festa di volatilità!
Nel frattempo, come se non fosse abbastanza divertente, ecco i dati sulle vendite italiane negli USA. A dire il vero, in aprile e maggio si sono mantenute stabili (+0,4% su base annua), grazie a un miracolo noto come “frontloading”: le aziende hanno accelerato le consegne nel primo trimestre (+11,8%) anticipando l’entrata in vigore delle balzane tariffe. Ma non è tutto rose e fiori: nei settori ancora esentati (e quindi a rischio imminente) come farmaceutica, che rappresenta quasi un quarto del totale esportato, e legno, le vendite sono addirittura in forte crescita. Nel frattempo, gli apologeti dei metalli e delle automobili, già afflitti da dazi salatissimi, piangono lacrime amare con cali importanti. Il resto, quei settori già alle prese con piccoli dazi del 10% (magari presto triplicati in agosto), viaggiano su risultati a metà strada tra il “non male” e il “meglio stai a guardare”.



