Ci sono due elementi che uniscono i ricercatori delle università di Milano e di alcuni tra gli ospedali più blasonati d’Italia: un’assoluta eccellenza e una precarietà da far impallidire un equilibrista su un filo sottilissimo. Questi poveri scienziati trascorrono anni interi con contratti che sembrano messi giusto per far scena, rinnovati ogni dodici o ventiquattro mesi, come se la loro incertezza lavorativa fosse una gag aziendale.
Ma aspetta, non è finita qui. Nonostante conducano ricerche che potrebbero rivoluzionare il nostro sistema sanitario o, quantomeno, la nostra idea di progresso medico, si ritrovano con stipendi sotto la soglia della decenza. Un vero capolavoro di demotivazione che fa sembrare oro zecchino il nostro sistema di finanziamenti pubblici.
La precarietà: l’arte di non pianificare
Perché mai un paese che ama vantarsi del proprio patrimonio scientifico e accademico dovrebbe permettere a chi tiene accesa questa fiamma di vivere nell’incertezza più assoluta? Forse è un nuovo metodo per selezionare i più combattivi: chi resiste e non abbandona l’impresa ha evidentemente i requisiti di un vero eroe della ricerca. Gli altri? Beh, non c’è trippa per gatti.
Il rinnovo annuale o biennale dei contratti genera un’atmosfera magica di suspence che nemmeno nelle migliori serie tv: “Ce la farò a ottenere l’assunzione stabile prima che scada il mio contratto? Spoiler: quasi mai.” E così, anno dopo anno, progetto dopo progetto, tutto procede con il piede sull’acceleratore e lo sguardo fisso sul calendario, più preoccupati di sopravvivere che di innovare.
Compensi da fame per progetti da Nobel
E veniamo alla ciliegina sulla torta: i compensi. Se vi state immaginando stipendi da manager in giacca e cravatta, fatevi una risata amara. I nostri ricercatori devono spesso accontentarsi di compensi che sfiorano il ridicolo nei confronti di quanto apportano. Meno soldi di quanti te ne servano per pagare la benzina, tanto per capirci.
Il paradosso? Questi stessi studiosi sono quelli che tengono alta la bandiera dell’innovazione tecnologica, della cura della salute e, indirettamente, della reputazione internazionale del sistema sanitario italiano. Eppure, mentre lavorano per migliorare la vita di tutti, vivono sulla propria pelle la negazione del riconoscimento economico.
Il futuro tra ironia e denuncia velata
Forse un giorno i vertici delle istituzioni si decideranno a dare un’occhiata a questa situazione sospetta. Nel frattempo, il mondo della ricerca italiana continua a navigare tra promesse non mantenute e contratti che sembrano partite a mosca cieca. Il vero test di quelle generazioni di scienziati sarà riuscire a trasformare la precarietà in un punto di forza, o più semplicemente, a sopravvivere a un sistema che sembra progettato per farli scappare.
Nel frattempo, a tutti noi rimane il piacere di applaudire alla grande capacità di questi eroi del sapere di lavorare quasi gratis, nella speranza che un giorno qualcuno – magari un politico con un briciolo di giudizio – si ricordi che dietro a ogni ricerca c’è un essere umano che merita più di una pacca sulle spalle.



