Commesso alle Olimpiadi si scatena con urlo pro Palestina in faccia a clienti israeliani, e il video impazza

Commesso alle Olimpiadi si scatena con urlo pro Palestina in faccia a clienti israeliani, e il video impazza

“Free Palestine”. Una frase evocativa, chiara come l’acqua e senza quel minimo di diplomazia che ci si aspetterebbe in un negozio ufficiale delle Olimpiadi Milano Cortina. E chi la pronuncia? Non un manifestante in piazza, bensì un semplice commesso – o meglio, qualcuno che ha il privilegio di lavorare nello store, ma che non fa parte neppure della Fondazione Milano Cortina. Il destinatario? Un gruppo di tifosi israeliani. Il risultato? Una crisi degna di un reality social-politico, con tanto di video che finisce sui quotidiani e tra le polemiche online.

Tutto inizia quando alcuni sostenitori con le bandiere di Israele entrano nello store a Cortina d’Ampezzo (Belluno). E qui parte lo show: il suddetto commesso, come una cassiera che ha appena avuto una giornata storta, sciorina più volte il mantra “Palestina libera”, in perfect english, perché la diplomazia va sempre giocata su più livelli. Non esattamente l’accoglienza prevista da un evento sportivo internazionale, ma chi siamo noi per giudicare?

Il video che infiamma gli animi

Non si sa esattamente quando questa scintilla sia scoccata, ma fortunatamente una tifosa israeliana è lì, con lo smartphone sguainato tipo spada laser, pronta a immortalare il momento di alta tensione e a spargere il verbo – o meglio, il video – sui social denunciando il tutto come “antisemitismo”. Nel filmato vediamo il nostro eroe scandire la frase magica, mentre una delle tifose osa chiedergli di ripeterla. La risposta? Una spiegazione educata sul fatto che Israele abbia tutto il diritto di partecipare alle Olimpiadi, come qualsiasi altra nazione. Difficile conciliare questa seconda affermazione con la prima, ma il contraddittorio è uno degli sport preferiti da chi preferisce mettere i piedi in testa agli altri.

La stupefacente solidarietà di Potere al Popolo

I social, come al solito, si dividono: da un lato la solidarietà ai tifosi israeliani, dall’altro la difesa del nostro commesso campione della libertà di espressione. Chi si schiera dalla parte del commesso? Indovinate un po’: il movimento politico di Potere al Popolo, che evidentemente ha trovato un nuovo paladino. Nel suo post, il movimento lo definisce addirittura un “dipendente ufficiale dello store Milano Cortina” e parla con aria grave di “licenziamento avvenuto dopo la diffusione del video”. Peccato che la realtà sia, come al solito, un po’ meno epica.

La Fondazione Milano Cortina mette i puntini sulle i

La sera del 15 febbraio, la tanto citata Fondazione prende carta e penna – o meglio, dice qualcosa attraverso un comunicato ufficiale – per spiegare che il famoso “dipendente ufficiale” non è tale. Ma soprattutto per fare chiarezza sull’eventuale destino professionale del giovane protagonista. E indovinate un po’? Nessun licenziamento. Ecco la loro versione, che è un monumento di buon senso e opportunità:

“Siamo a conoscenza di quanto avvenuto al Cortina sliding center tra un dipendente di una società esterna e un visitatore. Non è certo appropriato che il personale legato ai Giochi o alle società partner esprima opinioni politiche personali durante il lavoro, né tantomeno che si rivolga in questo modo ai visitatori.”

Concludono con un gesto di smisurata magnanimità: il lavoratore è stato semplicemente sostituito nel turno e ‘sensibilizzato’ a mantenere un contegno “pienamente in linea con i valori e lo spirito dei Giochi”. Traduzione? Regolarina sull’orlo della sospensione, ma non così disastrato da perderci il lavoro. Insomma, una stangata morale, giusto per mantenere la reputazione olimpica.

Questa vicenda, filtrata tra slogan, accuse e smentite, rappresenta il perfetto esempio di come un piccolo episodio possa gonfiarsi a dismisura, diventando un circo mediatico dove tutti giocano a fare i paladini della giustizia. Tra i veri vincitori, ovviamente, ci sono i social network e chi si diverte a trasformare la più semplice delle frasi in un caso politico internazionale.

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