Palestine Action, un gruppo notoriamente simpatico a chi ama mettere i bastoni tra le ruote con azioni dirette, è stato ufficialmente bandito nel Regno Unito con l’etichetta di organizzazione terroristica. Eh sì, sotto la nobile legge britannica, mettere piede in una delle più grandi basi aeree del paese è sufficiente per fare il salto di qualità da attivismo a terrorismo. Sembra quasi una trama di una serie TV, ma è realtà. Tutto questo pasticcio è nato da un’invasione dei membri del gruppo nella base, una vera e propria operazione da film: irruzione, caos e, naturalmente, clamore politico.
La spiegazione dettagliata sul perché questo episodio segni un punto di non ritorno per le azioni dirette nei movimenti di protesta in Gran Bretagna ce la offre Lizzie Dearden, esperta di sicurezza. A quanto pare, l’ennesima follia di un gruppo che osa passare dalle parole ai fatti ha fatto accendere un faro che potrebbe oscurare l’intero panorama dei movimenti attivisti. Non basta più essere solo “fastidiosi”, ora si entra nel girone del terrorismo. Un cambiamento epocale nel modo in cui Londra intende trattare il dissenso – soprattutto quello un po’ più rumoroso.
Il delicato equilibrio tra protesta e reato secondo il Regno Unito
Il caso di Palestine Action è il perfetto esempio di come le linee tra protesta legittima e minaccia alla sicurezza nazionale si stiano facendo sempre più sottili – e squilibrate. Quando irrompi in una base militare, per quanto la tua causa possa essere nobile o simpatica a qualcuno, non aspettarti che lo Stato accetti sorridendo. Così il governo ha deciso che “mettere a repentaglio la sicurezza del paese” è argomento sufficiente per dichiararti fuorilegge con tutte le conseguenze del caso.
In realtà, sotto sotto, si tratta di un messaggio chiaro a chiunque osi sfidare lo status quo con metodi non convenzionali: “State attenti, perché la linea tra attivismo e terrorismo è più sottile di quanto pensiate, e noi abbiamo appena spostato il confine.” Ottima mossa per chi predilige la protesta silenziosa e il dialogo, vero? Ironia a parte, il rischio è che ogni gesto più incisivo venga schiacciato sotto l’etichetta pesante del terrorismo, confinando il dissenso vero in una stanzetta senza finestre.
Il bisbiglio degli attivisti e il boato della politica
Da una parte, gli attivisti di Palestine Action rivendicano il loro diritto a lottare contro ciò che considerano un’ingiustizia mondiale, cercando di attirare l’attenzione con azioni concrete che, per quanto discutibili, non sono certo nate con l’intento di diffondere terrore. Dall’altra, la politica britannica non ha avuto bisogno di riflettere troppo: più facile mettere la fascetta “terroristi” e chiudere il caso. Un modo brillante per silenziare qualunque fronda scomoda e passare da eroi della legge e dell’ordine.
In breve, vale la pena chiedersi se l’accusa di terrorismo sia davvero calzante o se serva più a proteggere interessi geopolitici e militari sotto il comodo mantello della sicurezza nazionale. Non parliamo certo di un gruppo che prepara attentati, bensì di attivisti disobbedienti che hanno scelto una via più rumorosa per esprimersi. Piacevole epilogo di questa storia è che ora chiunque provi a imitare la loro azione rischia di trovarsi a dover spiegare al giudice di non essere un terrorista, ma solo un impavido contestatore con un pessimo tempismo.


