Come l’università continua a far finta che salvarsi da sola sia un’opzione sensata

Come l’università continua a far finta che salvarsi da sola sia un’opzione sensata

I recenti eventi hanno costretto la nostra gloriosa Università a scelte tanto sofferte quanto inevitabili: gestire spazi, garantire sicurezza alle persone, tutelare la didattica e la ricerca. Naturalmente, assumiamo con orgoglio tutta la responsabilità, nonostante ci siano stati racconti semplicistici che hanno ridotto le nostre decisioni a mere capitolazioni o spettacoli di forza degni di un film d’azione di bassa lega.

È fascinosa la narrazione di un ateneo come un pacifico santuario dove regna la pace e il dissenso si esprime educatamente. Peccato che la realtà spiattelli una scena diversa, fatta di tensioni e contrapposizioni, dove regole condivise sembrano spesso un optional per chi vuole solo dominare gli spazi e silenziare le voci che non gli piacciono. Ah, il dissenso, quel magnifico ingrediente che dovrebbe animare il confronto: peccato che, trasformandosi in conflitto – e chissà perché spesso violento – diventi solo una bella ferita sul volto già provato dell’istituzione.

Ecco la verità, detta senza fronzoli: l’Università non è un ring dove contare i colpi o un palcoscenico per protagonismi. È una comunità pubblica, pluralista, dove si dovrebbe alimentare e proteggere la diversità di opinioni. Ma niente di tutto questo è facile da accettare, soprattutto quando qualcuno vuol arroventare la scena decidendo chi può entrare, chi insegna e chi ha diritto di parola.

Ma adesso tutti isolino i violenti

È stupefacente come si pensi che l’Ateneo debba essere un paradiso neutrale dove confinare problemi più ampi o addirittura un bancomat simbolico per scaricare tensioni irrisolte altrove. Chiudere gli occhi davanti ai guai del campus significherebbe dimenticare che l’Università è uno specchio – talvolta infranto – di ciò che accade in città e nel mondo.

Quando l’Università mostra le sue ferite, vuol dire che la società stessa sta già sanguinando. Ed è ovvio che quell’istituzione non può farsi carico, da sola, di risolvere tensioni che sono in realtà problemi sociali allargati. Abbandonare l’Università significa condannarla a due scenari: accettare tacitamente o soccombere alla forza bruta. Non proprio la scelta migliore se si considera, per esempio, l’aumento dell’impegno giovanile, che andrebbe riconosciuto, sostenuto con fatti, non soffocato in un silenzio repressivo.

Altrimenti, si rischia di trasformare legittime richieste di ascolto in frustrazione e rabbia, consegnando paradossalmente ai violenti l’alibi per giustificare le proprie intemperanze. Non proprio una brillante strategia per un’istituzione che dovrebbe educare al confronto e al rispetto.

Come Rettrice, rifiuto categoricamente che si alimenti la spirale di tensioni riducendo progressivamente lo spazio per il dialogo. Invece, serve una via d’uscita che sappia integrare regole condivise e chiare alleanze istituzionali. Nuove strade che l’Ateneo è pronto a percorrere… ma, attenzione, non può camminare da solo.

L’Università è una promessa collettiva: bellissima nella sua aspirazione, fragile nella sua realtà, e incredibilmente facile da distruggere. Facile, appunto. Quasi come chiunque abbia voglia di gettare benzina sul fuoco per vedere cosa succede.

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