Come le foibe sono diventate l’argomento taboo che nessuno osa affrontare

Come le foibe sono diventate l’argomento taboo che nessuno osa affrontare

Anche se nel 2004 il Parlamento ha deciso – quasi all’unanimità, mica per caso – di istituire la cosiddetta “giornata del ricordo”, il dramma del confine nordorientale rimane per molti una nebulosa confusione, tra ignoranza colpevole, negazionismi clandestini e riduzionismi da bar. E naturalmente, l’immancabile polarizzazione esasperata tra chi parla di pulizia etnica e chi butta lì il termine genocidio con la leggerezza di chi sceglie una parola a caso dal dizionario.

Nota bene: le foibe non si possono certo spiegare isolandole dal contesto storico vicinissimo in cui sono accadute. Come spesso succede, eppure qualcuno prova a farlo, perché parlare del presente senza fare i conti col passato è lo sport preferito di chi vuole confondere le idee.

Però attenzione, questa non è un’autorizzazione a usare il passato come scusa per giustificare qualunque nefandezza attuale. La storiografia seria lo ha ormai chiarito da decenni: tra primavera 1945 e dintorni, nelle famigerate foibe – quelle spaccature naturali del paesaggio carsico – finirono i cadaveri di cinquemila, seimila… chi ha contato esattamente? – italiani eliminati dall’esercito partigiano jugoslavo.

Il fenomeno si spiega così: da una parte, la tensione nazionalistica esasperata da decenni di italianizzazione forzata targata fascismo, culminata nelle “premurose” violenze dell’occupazione italo-tedesca 1941-’43, con esecuzioni sommarie, deportazioni e villaggi incendiati. Dall’altra, la politica espansionistica del nazionalcomunismo di Tito, impegnato a inglobare nel suo regno jugoslavo le terre multilingue di Istria e Venezia Giulia.

Quando, tra maggio e giugno 1945, le truppe titoiste occupano Trieste, scatta uno show di repressione violenta che mescola risentimenti etnici a pulizie politiche di rara efficacia: via di mezzo tra vendetta e geopolitica. Sì, perché per convincere il mondo che tutto quanto era “appannaggio” di Belgrado, bisognava sbarazzarsi fisicamente di chi difendeva l’italianità, schiacciare ogni autorità antifascista riconosciuta dagli Alleati e fare piazza pulita degli oppositori moderati o anticomunisti.

Il risultato? Un’atmosfera più tetra di un film di serie B, fatta di violenza, sospetti e accuse. Una carneficina che ha mietuto migliaia di italiani, fatti sparire nelle profondità delle foibe. E naturalmente, segue il capitolo esodo: circa 300mila italiani abbandonano le loro terre – ufficialmente cedute dal trattato di pace del 10 febbraio 1947 alla Jugoslavia – e finiscono smistati in 109 “campi di raccolta” disseminati qua e là per la penisola. Una gita gratis, insomma, ma senza neanche il fastidio del ritorno.

Perché si è taciuto per decenni?

Ora, se pensate che questa storia sia stata raccontata a ogni cena di famiglia o in dattiloscritti ministeriali, beh, vi sbagliate di grosso. Lo spiegone dell’omertà si basa su tre silenzi, ognuno più pesante dell’altro, e più opprimente di un pomeriggio di fila all’ufficio imposte.

Il primo silenzio è internazionale. Nel 1948, quando l’amicone Stalin si stufa di Tito e lo accusa di eresia politica, la Jugoslavia diventa di colpo l’alleato perfetto dell’Occidente. E gli alleati, si sa, sono troppo impegnati a non farsi domande scomode proprio sui loro “partner”. Da allora, né infoibati né esuli interessano più a nessuno.

Il secondo silenzio è quello dei partiti. Per il Partito Comunista Italiano, parlare di foibe avrebbe significato sbattere in faccia le contraddizioni di un Togliatti che dialogava a Roma ma s’inchinava a Mosca. Meglio far finta di niente, no?

Il terzo silenzio è di Stato. L’Italia del dopoguerra tenta disperatamente di dipingersi come vincitrice – dimenticando che era quella che con Hitler aveva appena preso una sonora batosta. La Resistenza partigiana, con tutta la sua nobiltà, diventa il vestito buono usato per spazzare via d’incanto il buio ventennio 1922-1943 e consegnare un’autoassoluzione tanto comoda quanto ipocrita.

Questa rielaborazione collettiva del passato, che preferisce la memoria selettiva a una verità più complicata, ha garantito per decenni un silenzio di tomba: così, ciò che per decenni è stato un argomento tabù è diventato il gioco allo scaricabarile tra vittime, colpevoli e spettatori ignari.