Nel frattempo, per non farsi mancare niente, gli Stati Uniti hanno orchestrato un’operazione militare da manuale a Venezuela, con tanto di tentativo di rapimento del presidente Nicolás Maduro e sua moglie. Il giorno dopo, Trump ha colto l’occasione per ribadire al mondo la necessità di “avere” la Groenlandia, evocando una benigna presenza russa e cinese nelle acque circostanti. Ovviamente, la Danimarca è stata liquidata come incapace di proteggere quella regione, naturalmente secondo il giudizio infallibile di Trump.
Non a caso, la premier danese Mette Frederiksen ha dovuto pregare l’onnipotente ex presidente di “smettere con le minacce contro un alleato storico”. Tradotto, per chi ancora crede in qualche briciola di educazione diplomatica: stop con le sceneggiate da bullo del quartiere.
Per dimostrare di non essere solo un monologo della Casa Bianca, i leader europei hanno rilasciato una dichiarazione congiunta il 6 gennaio, giusto per ribadire che la sicurezza artica è una questione da gestire collettivamente, e, soprattutto, che Danimarca e Groenlandia sono proprietari legittimi delle proprie decisioni – come se qualcuno avesse dubbi in merito.
Una coalizione di colossi europei, tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Polonia, ha quindi serrato i ranghi contro l’ingombrante colosso a stelle e strisce.
NATO e danza militare sul ghiaccio
Il gran finale di questa tragicommedia si è svolto a gennaio, con un vertice in cui le trattative alla Casa Bianca tra funzionari statunitensi e ministri di Groenlandia e Danimarca si sono sciolte come neve al sole. Ma niente paura, la delusione ha lasciato spazio ad un’altra brillante trovata: l’invio di qualche decina di soldati NATO per una “esercitazione congiunta” nell’Artico. Nulla di serio, solo una passeggiata militare sulle nevi eterne.
La Germania ha mandato un manipolo di 13 militari a Nuuk, la capitale groenlandese, su invito della Danimarca, naturalmente. Anche Francia, Svezia e Norvegia hanno partecipato, perché quando si tratta di esercitazioni nelle fredde lande, meglio farsi compagnia.
Trump, non pago di tutto ciò, è passato al piano B: la minaccia dei dazi. Come ogni volta che il dialogo non basta a far sentire la sua voce, ha tirato fuori la sua arma preferita, promettendo l’imposizione di tariffe commerciali fino al 10% su otto paesi europei che osi opporsi ai suoi piani stratosferici per la Groenlandia.
Insomma, tra esercitazioni militari, acquisti sognati, e minacce varie, la Groenlandia è diventata la nuova centrale geopolitica dell’ultimo episodio di “come rovinare l’alleanza transatlantica 101”. Lo spettacolo continua, per ora senza un vero vincitore se non il gelo glaciale di un territorio a cui forse, più di tutti, speriamo di lasciare in pace il suo status quo.
Emmanuel Macron ha definito quelle minacce “fondamentalmente inaccettabili”, una frase che certo non passerà inosservata, dato che il presidente francese è famoso per evitare ogni genere di esagerazioni. Nel frattempo, il primo ministro britannico Keir Starmer ha condannato il provvedimento come “completamente sbagliato”. Difficile immaginare sentenze più lapidarie: brillante sintesi di cosa pensano i maggiori leader europei.
Il lunedì seguente, si è diffusa la notizia che diversi leader europei stavano contemplando una vendetta economica di quelle che lasciano il segno, ben più pesante di una semplice punizione scolastica. L’idea, chiamata “Strumento Anti-Coercizione” (ACI), consisterebbe nel limitare l’accesso dei fornitori statunitensi al mercato europeo, escludendoli da gare pubbliche. Niente male come contromossa, a patto che l’Europa riesca a mettere da parte i suoi eterni litigi interni.
I groenlandesi “devastati” dalla situazione
Per la Groenlandia, una gigantesca isola con appena 57.000 abitanti, il rischio di un’invasione commerciale a stelle e strisce ha generato una bufera geopolitica tale da far impallidire i più accaniti giochi di potere. Circa 20.000 persone si sono riversate per le strade di Copenaghen, mentre migliaia hanno sfilato per le vie di Nuuk in segno di protesta. Non proprio il modo più rilassante di passare il weekend.
In un’intervista concessa a una rete televisiva internazionale, il ministro per gli Affari commerciali groenlandese, Naaja Nathanielsen, ha confessato che l’isola si sente “sgomenta” e “devastata” da una situazione che somiglia più a un incubo da film di Hollywood che a una crisi diplomatica reale.
Il ministro ha spiegato:
“Trovarci improvvisamente al centro di una tempesta, come se fossimo un prodotto da acquisire o una proprietà da comprare, è davvero difficile da digerire. Per non parlare delle minacce di azioni militari e di un’occupazione vera e propria.”
In seguito, il premier groenlandese Jens Frederik Nielsen non ha escluso del tutto un’invasione americana, temperando però gli animi con un “non è probabile, ma non si può escludere del tutto”. Tradotto dal politichese: preparate i popcorn.
La reazione europea a Davos
Nel frattempo, molti leader mondiali erano riuniti al Forum Economico Mondiale di Davos, tra una pausa sciistica e un caffè ristretto. Uno dopo l’altro, hanno espresso la loro preoccupazione per le uscite e le azioni del presidente statunitense, giudicate quanto meno controproducenti per l’alleanza transatlantica.
Emmanuel Macron, pur senza nominare direttamente l’uomo della Casa Bianca, ha ammonito sulla deriva verso “un mondo senza regole”, mettendo in chiaro che l’Europa non si farà intimidire da “bulletti” della politica globale. E aggiunge: l’idea stessa di usare l’ACI è “pazzesca”.
Il primo ministro canadese Mark Carney ha ripetuto che “l’ordine vecchio non tornerà mai più” e che “la nostalgia è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.” Ha descritto il nuovo scenario come “una competizione tra grandi potenze in cui chi detiene il potere usa l’integrazione economica come mezzo di pressione”.
Intanto, il presidente statunitense, tenendo fede alla sue abitudini, ha mantenuto la sua posizione inflessibile sul “non si torna indietro” riguardo alla Groenlandia, e ha in programma di parlare a Davos mercoledì, garantendo altre perle di saggezza – o forse altre minacce solo un po’ più velate – da aggiungere alla sua collezione.



