È incredibile come una serie animata, con più o meno gli stessi attori vocali dall’inizio dei tempi, riesca a raggiungere l’incredibile traguardo di 800 episodi. Già, parliamo de I Simpson, quella sitcom gialla che, tra battute più o meno azzeccate e personaggi sempre un po’ anonimi nella vita reale, continua imperterrita a mietere episodi come se nulla fosse.
Ma aspetta, non è finita qui! Nonostante la serie sembri procedere col pilota automatico e un po’ di noia cronica, la produzione ha ancora il coraggio di puntare all’epico risultato di 1000 episodi. Certo, perché chi non vorrebbe un millepiedi di puntate su un cartone che a volte appare più uno scherzo riciclato che una nuova trovata creativa?
I Simpson, i cui interpreti vocali sembrano essersi fossilizzati nella loro stessa mediocrità e anonimato, non si sono praticamente mai mossi di lì. La routine è sempre la stessa, con cambiamenti minimi e, spesso, invisibili persino agli spettatori meno attenti. Ma hey, chi ha bisogno di freschezza quando puoi vivere di rendita eterna?
Il miracolo è proprio questo: resistere all’oblio e continuare a riempire ore di programmazione con episodi che sanno tanto di riciclo, di personaggi stanchi e situazioni già viste e riviste. Perfetto esempio di come un prodotto televisivo possa sopravvivere più grazie alla abitudine degli spettatori che per meriti artistici o innovativi.
Intanto, mentre le produzioni cercano disperatamente di rivitalizzare la serie con qualche trovata nuova, magari un personaggio che non sia una caricatura sbiadita, si preparano all’innevrescente, inutile, ma ritualmente annunciata “corsa al mille”. Perché per chi ha visto tutto e non vede l’ora di mandare in pensione gli stessi difetti di sempre, questa è una corsa quasi comica. Ma, attenzione, anche piena di rancore perché lascia l’amaro in bocca di un’occasione persa dopo l’altra.
Un fenomeno da baraccone senza ritegno
Come non riconoscere la straordinaria capacità di I Simpson di trasformare la propria decadenza in un fenomeno pop senza tempo? O meglio, un carrozzone che si regge su un metodo collaudato e rassicurante, dove le novità si contano sulle dita di una mano e l’unica vera innovazione è l’instancabile capacità di non scendere mai dall’onda lunga della mediocrità accettabile.
Si direbbe che il pubblico, ormai abituato, tolleri più che apprezzi, con qualche sbuffo di fastidio, il fatto che la produzione si ostini a insistere su una formula estenuata e a tratti grottesca. Le voci non cambiano, le situazioni si ripetono, e quel che resta è solo un nostalgico déjà-vu che sembra volerci trascinare nella spirale infinita della ripetizione.
Eppure, tra chi sostiene che sia un pilastro della cultura pop globale e chi, con giusto sarcasmo, la vede come una lunga agonia spettacolarizzata, questa serie continua a macinare episodi come una fabbrica che sa solo produrre il già visto, vendendolo come innovazione. Geniale, se ci pensate.
Verso i 1000 episodi: un traguardo da non-mortale
Il traguardo dei 1000 episodi sembra più un’ossessione che un obiettivo serio. Ma, a conti fatti, che importa se la qualità vacilla o l’interesse latita? Quel che conta è la quantità, e I Simpson si stanno infliggendo con il sorriso sulle labbra questa eterna maratona delle puntate, come se da qualche parte là fuori, in un universo parallelo, qualcuno ancora si stupisse davvero dei nuovi episodi.
Il paradosso è che una serie nata come satira sociale negli anni ’90 si sia trasformata in una sorta di monumento all’inerzia creativa. Ed ecco qui, fedeli spettatori e spettatrici, un prodotto che ha perso quasi tutto il mordente per abbracciare quell’apatia culturale che rende tutto ovvio, prevedibile e, diciamolo, un po’ noioso.
Che dire, complimenti! Se qualcuno aveva dubbi, eccoli chiariti: più che un cartone animato, I Simpson sono diventati un monumento alla sopravvivenza forzata nel panorama televisivo, un mix perfetto di abitudine e rassegnazione che riesce a tirare avanti solo grazie alla potenza del passato e una buona dose di incrollabile disinteresse critico.



