Fino a pochi anni fa Fiore Davoli spaccava tutto in una delle più patinate società di consulenza globali, McKinsey, direttamente a Londra. A soli 26 anni, naturalmente, era già diventata manager, perché nulla dice “successo” come una carriera accelerata nella giungla dorata della consulenza.
Ma poi, proprio quando il “respiro aziendale” si faceva troppo stretto, ha deciso che era ora di fare un “radicale” cambio di rotta. Non un semplice hobby, attenzione, ma una vera rivoluzione esistenziale, spinta da un inspiegabile desiderio di aria fresca lontano dalle stanze climatizzate dei grattacieli.
Le hanno detto di calmarsi, prendersi una pausa, forse qualche tè rilassante. Al posto di continuare a macinare business plan e strategie di mercato, ha scelto la sfida di guardare il mondo con occhi nuovi, respirando veramente e, se possibile, ritrovando un senso che non fosse il solito mantra del “work hard, die tired”.
Non è da tutti rinunciare al potere (e magari anche a qualche bonus succulento) per cercare di riconnettersi con quella cosa dimenticata che si chiama “vita”. Ma a quanto pare Fiore Davoli aveva capito che guadagnare milioni non basta se nel frattempo si perde il fiato.
Un esempio fulgido di come, nel mondo scintillante dei manager ultra-ambiziosi, la “crisi d’aria” possa fare miracoli e convertire la carriera da droga all’aria pura. Chissà se Londra piange per questa defezione o applaude il coraggio di chi osa smettere di inseguire il prossimo traguardo dorato per respirare davvero.



