Coca-Cola HBC Italia si dipinge come il dominatore incontrastato delle bevande con marchio The Coca-Cola Company nel nostro amatissimo Belpaese. Con un esercito di poco più di 2.000 valorosi dipendenti sparsi in sei stabilimenti – perché si sa, diffondere la felicità gassata richiede un minimo di logistica: tre impianti per bibite, ubicati nei meravigliosi angoli di Nogara (VR), Oricola (AQ) e Marcianise (CE); due fabbriche d’imbottigliamento d’acque minerali, rispettivamente a Rionero in Vulture (PZ) e a Roccaforte Mondovì (CN); e, ciliegina sulla torta, un polo all’avanguardia a Gaglianico (BI) che si dedica alle preforme in plastica riciclata, perché niente dice “ecologico” come un tappo di plastica fatto con la plastica di prima.
Il marchio si descrive come un “Partner Leader 24/7,” perché evidentemente anche le bevande devono essere disponibili a tutte le ore – come se ci fosse qualcuno che desidera una Fanta al mattino presto o una Sprite alle quattro del mattino. Con un portafoglio prodotti così vario da coprire ogni momento della giornata, dalla colazione – immagino con succo di frutta e acqua minerale – fino al dopocena, quando magari un Chinotto o un’aranciata di marca può lenire le pene della giornata.
La distribuzione, da nord a sud (ma stranamente non in Sicilia, perché lì evidentemente bevono solo granite e cannoli), comprende tutto il gotha delle bibite: dai soft drink come Coca-Cola, Fanta e Sprite, ai tè freddi FUZETEA, passando per toniche di nome Kinley (per chi ama sentirsi sofisticato), succhi Amita, sport drink Powerade – perché praticare sport senza una carica zuccherata non è contemplato – e le acque minerali Sveva e Lilia. Dal dicembre 2019 fanno capolino anche i prodotti premium Lurisia, la cui gamma spazia dal Chinotto all’Aranciata Rossa, come se in Italia mancassero già bevande arancioni.
Ma non si fermano qui, no. Hanno pensato bene di allargare il ventaglio con energy drink Burn e Monster – perché dormire è per chi ha tempo – e poi, come ciliegina sulla torta, hanno deciso di distribuire oltre 70 referenze di spirits – ovvero liquori e distillati che vanno dal montepremi nazionale a quello internazionale, grazie a marchi che nessuno conosce ma che suonano bene, come Lucano 1894, Edrington, Silvio Carta, Barcelò, Glendalough, Fraternity Spirits e Next Frontier Brands. L’ultima geniale mossa è stata inglobare Three Cents, un nome che suona come una moneta persa sul marciapiede e che, presumibilmente, si occupa di premium mixers e toniche. Perché non c’è niente di meglio che mescolare ogni tipo di alcolici in un cocktail costosissimo e venduto a prezzo d’oro.
Ovviamente, tra un bicchiere e l’altro, non poteva mancare il tema della sostenibilità, che da vent’anni è parte integrante del DNA aziendale. Pubblicano un bel Rapporto di Sostenibilità ogni anno, secondo gli standard GRI, per comunicare al mondo quanto siano impegnati a ridurre l’impatto ambientale, prendersi cura dei loro impiegati e – udite udite – sostenere le comunità in cui operano. Geniale come strategia: più parli di sostenibilità, più puoi continuare a vendere plastica e zucchero galoppante senza sentirti in colpa.
Coca-Cola HBC Italia non è affatto un’isola felice: fa parte di un mega gruppo globale, Coca-Cola HBC, quotato sulle borse di Londra e Atene, con niente meno che 33.000 dipendenti e 59 stabilimenti in 29 paesi. Incredibilmente, nel 2024 si sono guadagnati il titolo di azienda di bevande più sostenibile al mondo – per l’ottava volta! – secondo parametri tipo Dow Best-in-Class, e sono nel Top 1% dell’S&P Global Sustainability Yearbook. Inoltre, il gruppo è nella A List di CDP, la lista ristrettissima di chi ama vantarsi di essere trasparente sul clima e sull’acqua. Un plauso a questa impeccabile opera di marketing verde smeraldo.
Infine, perché niente fa più bene all’immagine di un colosso del consumo che pensare al futuro, Coca-Cola HBC Italia investe seriamente nei giovani con un progetto dal nome entusiasmante: #YouthEmpowered. Quale missione? Svolgere la non banale task di accompagnare i giovanissimi tra 16 e 30 anni dal mondo scolastico – dove imparano a farsi domande – al mercato del lavoro – dove invece imparano a vendere e comprare bevande zuccherate e liquori, che è tutta un’altra storia.



