C’è qualcosa di lui che ti fa impazzire?
«No, assolutamente. È un oratore straordinario e un difensore accanito della cultura italiana. Il suo amore per Verdi, Palestrina e la tradizione italiana ne ha fatto un simbolo contro ogni forma di provincialismo».
Perché proprio Macbeth?
«Con il sovrintendente Jouvin abbiamo pensato che si sposasse alla perfezione con la stagione del Regio. Shakespeare è sempre attualissimo, Verdi lo adorava, e anche tradotto passa attraverso miti storici che colgono l’essenza dell’umano. La modernità di Macbeth risiede nel dramma dell’antitesi: ciò che sembra luce è in realtà ombra, e viceversa, proprio come sussurrano le streghe all’inizio. Stiamo vivendo un tempo di rovesciamento di valori e caos interiore. Macbeth si perde per arroganza e peccato di onnipotenza».
Ricorda qualcuno in particolare, tipo un certo Donald? «Macbeth somiglia a un leader contemporaneo, seppure ho voluto restare fedele al contesto scozzese dell’anno mille come da libretto verdiano. È un uomo fondamentalmente buono che si smarrisce. Uccide per diventare re e poi si crogiola nel rimorso. La vera attualità non sta in un cambio di costumi, ma nell’essenza stessa del dramma».
Nella segreta sala prove del Teatro Regio di Torino spunta come un folletto romagnolo Chiara Muti, classe 1973, fiorentina di nascita, ravennate d’adozione, una vita che va e viene tra Parigi, i Pirenei e i palcoscenici del pianeta. Regista con velleità d’attrice per il prossimo Macbeth di Verdi, con il padre, il celebre direttore d’orchestra Riccardo Muti, al podio. Come ti è venuta questa malattia chiamata teatro?
«Nel 1981, siccome neanche a farlo apposta avevo la fortuna di spiare le prove della regia di Strehler per Le nozze di Figaro con l’orchestra della Scala guidata da mio padre. Pura folgorazione: dalla musica al teatro, un salto del tutto naturale. Dopo quel colpo di fulmine, niente di meno, mi sono iscritta alla scuola del Piccolo Teatro di Milano».
E di Strehler che memoria ti è rimasta? «Ve lo dico subito: era un regista d’opera a tutti gli effetti anche quando teneva in mano testi di prosa. Un vero viaggio sonoro dove il tempo era sacro—provate a pensare al suo Goldoni!—insomma, un direttore d’orchestra mancato che, guarda caso, era ex violinista».
Che tipo era in carne e ossa? «Fantastico, anche se la sua severità sarebbe oggi bollata come poco politically correct. Metteva letteralmente le mani nella carne degli attori, ci recitava accanto per scolpirci, vestito di nero come un’ombra inquietante che ti invadeva. La sua arte era scavare tra gli sguardi, i non detti, i rapporti tra i personaggi. Come il musicista si infila tra le notes, lui tirava fuori il non detto nascosto tra le righe. La missione del regista, insomma».
E Ronconi? «Un altro gigante con visioni da urlo, tipo la sua Lodoiska, ma che amava il testo in modo diverso. Il mio orientamento è sempre stato Strehler. Poi c’è stata la grande esperienza con Valeria Moriconi nella sua compagnia, niente meno che la regina insieme a Franca Nuti del teatro italiano più puro. E come dimenticare il belga Micha van Hoecke? Fondamentale per formarmi».
Perché abbandonare l’attrice e buttarsi nella regia?
«Semplice: anche Strehler recitava, Ronconi pure. Il cammino di un attore con una visione globale approda fatalmente al comando registico. Io continuo a battermi anche come attrice, soprattutto con testi miei come L’enfant oublié, ma il mio cuore pulsa per la regia».
E poi, diciamolo sospirando, fai anche la regista di papà, no?
«Sì, e lui mi ha chiamato per Sancta Susanna quando pensavo proprio di non essere pronta. Ma lui ha capito prima di me che avevo stoffa per la regia d’opera. Prima di allora, mi ha sempre lasciato tutta la libertà possibile. I miei fratelli, per dire, hanno seguito tutt’altre strade: Architettura e Legge. Indirettamente, lui mi ha fatto innamorare del teatro».
Dopo Sancta Susanna, che è successo? «Abbiamo lavorato insieme a Così fan tutte, Don Giovanni e Manon Lescaut. Ora sono estasiata di tornare alla carica con Macbeth. Abbiamo già programmato di riprendere Don Giovanni in Giappone. Viaggio garantito, perché no?».
Che pregio ti ha sorpreso scoprire in papà lavorandoci?
«La sua verità e umiltà. Può apparire altezzoso (ehi, è Muti!), ma è solo estremamente esigente. Anche dopo mille repliche, se deve dirigere Macbeth ricomincia da zero, scavando in profondità: eterno perfezionista. Questo è il suo vero insegnamento».
C’è qualcosa di lui che ti fa impazzire?
«No, assolutamente. È un oratore straordinario e un difensore accanito della cultura italiana. Il suo amore per Verdi, Palestrina e la tradizione italiana ne ha fatto un simbolo contro ogni forma di provincialismo».
Perché proprio Macbeth?
«Con il sovrintendente Jouvin abbiamo pensato che si sposasse alla perfezione con la stagione del Regio. Shakespeare è sempre attualissimo, Verdi lo adorava, e anche tradotto passa attraverso miti storici che colgono l’essenza dell’umano. La modernità di Macbeth risiede nel dramma dell’antitesi: ciò che sembra luce è in realtà ombra, e viceversa, proprio come sussurrano le streghe all’inizio. Stiamo vivendo un tempo di rovesciamento di valori e caos interiore. Macbeth si perde per arroganza e peccato di onnipotenza».
Ricorda qualcuno in particolare, tipo un certo Donald? «Macbeth somiglia a un leader contemporaneo, seppure ho voluto restare fedele al contesto scozzese dell’anno mille come da libretto verdiano. È un uomo fondamentalmente buono che si smarrisce. Uccide per diventare re e poi si crogiola nel rimorso. La vera attualità non sta in un cambio di costumi, ma nell’essenza stessa del dramma».
Un occhio spalancato, incapace di abbandonare il sonno: benvenuti nel cervello in fermento di Macbeth. Ma non preoccupatevi, è solo la solita serata da incubo shakespeariano. E poi, chi potrebbe essere tranquillo di questi tempi? Uno sguardo ansioso spazia dagli Stati Uniti all’Iran, passando per la crisi di valori e punti di riferimento che pare sia la nuova moda globale. La facciata di re legittimo che Macbeth ostenta, quella maschera patinata di civiltà, si sgretola miseramente. Addio progresso, bentornata barbarie: il mondo sembra regredire come se fosse il ritorno di un brutto film dallo scarto storico ridicolo.
Però, non dimentichiamoci di Lady Macbeth, che questa volta sembra più un’icona degli anni ’80 che la dolce consorte a fianco di Raoul Bova nella sua giovinezza teatrale. Lei non è altro che la scossa elettrica di una trama altrimenti inconsistente: una donna che spinge, incita e provoca un marito senza spina dorsale a fare ciò che in fondo brama. Perché è ovvio che i partner tossici esistono da sempre, e farsene travolgere fa parte del copione. Shakespeare, con estrema ironia, ci regala un duetto tanto moderno quanto intraducibile: lei moderna castratrice, lui bambino viziato che fa quel che può.
La Groenlandia dei sentimenti maschili e femminili
E oggi cosa resta dei rapporti uomo-donna? Nel testo shakespeariano, c’è un’insospettabile novità: Lady Macbeth è praticamente la versione femminile di un macho spietato. Una donna attiva, decisamente più “uomo” del marito, che lo sovrasta, infantilizza e toglie ogni slancio vitale. Insomma, la coppia è un delirio di luce sterile e morte. Intanto, le streghe – quelle simpatiche entità ambigue che solleticano i desideri di Macbeth – sono così sfuggenti da risultare quasi più disturbanti di un reality show mal organizzato: non sono né donna né uomo, ma solo caos in forma umana. Se non ci accettiamo, amici miei, finiamo per litigare anche con l’ascensore condominiale.
So che vi aspettate la solita retorica sul potere salvifico del teatro, dunque non deludetemi. Sì, il teatro invita a riflettere. Ogni battuta di Shakespeare può essere interpretata e strainterpretata, così che – anche quando il pubblico langue – la certezza rimane: è un classico intramontabile, una zavorra culturale dalla quale non si scappa. In un mondo dove tutti parlano senza ascoltare, gli attori si perdono anch’essi nei loro monologhi interminabili. Almeno potreste considerarlo come una partita di tennis di parole, con scambi serrati e zero bisogno di chiamate al VAR.
Francia e Italia: una commedia del caos
Parliamo delle nostre lande splendide e caotiche: la Francia e l’Italia, due nazioni travolte da problemi così simili da sembrare gemelle separate alla nascita. Per la Francia il desiderio segreto è… un re, perché un presidente con tendenze monarchiche basta e avanza. L’Italia? Beh, qui la diplomazia consiglia il silenzio, ma fidatevi, da liberale convinta sa che il vero nemico è la violenza dilagante di questo panorama mondiale disastroso. Intellettuali impegnati? Meglio chi studia seriamente, magari per dispensare messaggi universali dignitosi e non slogan da fiera della demagogia.
Non che manchino scandali pronti a distrarre i più, ma chiaramente il silenzio è d’oro quando si tratta di colleghi: chi vuole farsi nemici inutili? Meglio sorvolare e sperare nel prossimo colpo di scena televisivo.
La fuga rurale della famiglia Muti
Spostiamoci ora nelle tranquille campagne ai piedi dei Pirenei, dove la famiglia Muti sfida il caos urbano con abitudini che definire rustiche sarebbe un eufemismo. Qui, il marito pianista fa i suoi miracoli al piano, lei legge opere (forse cercando di ricordare cosa sia la cultura e l’arte tra una chiamata di aiuto della figlia e l’altra), mentre la ragazza – con smartphone demoniaco sempre in mano – scandisce il tempo tra compiti e distrazioni digitali. Hanno persino dato nomi alle querce del bosco, tra cui spicca la “Marie Antoinette”. Una battaglia che ogni genitore moderno dovrebbe combattere con l’orrore degli schermi: più libri, meno autodistruzione digitale.
Il pezzo preferito di Shakespeare? «Misura per misura». L’autore più amato? Un encomiabile Mozart, che ora viene studiato con passione tra lettere di famiglia e opere da mettere in scena. Insomma, niente male per chi ha il lusso di essere pagato per interessarsi ai giganti della Storia, mentre il mondo guarda distratto e precipita nel prossimo delirio.

