Caschi decorati con i volti degli atleti ucraini uccisi nel teatro dell’assurda guerra. Questo il capolavoro di solidarietà messo in scena giovedì sera a Milano dall’associazione UaMi, proprio sotto l’elegante Arco della Pace. Il tutto, per supportare il povero skeletonista Vladyslav Heraskevych, magnificamente squalificato dal CIO perché aveva l’insolenza di voler indossare quel casco durante la sua gara alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Nel regno della burocrazia olimpica, infatti, il casco non sarebbe altro che una “dichiarazione politica”. Nel frattempo, Heraskevych si è rivolto al Tribunale arbitrale dello sport e ha ricevuto la compatta solidarietà della squadra ucraina di slittino che—dopo la staffetta—ha deciso di inginocchiarsi insieme, sollevando sopra la testa i loro caschi in un gesto da Oscar.
I caschi e la poesia di Rodari
Intorno alle sette e mezza di giovedì, i valorosi attivisti di UaMi hanno occupato pacificamente lo spazio sotto l’Arco della Pace brandendo caschi e uno striscione con un estratto della poesia di Gianni Rodari – sì, proprio quella recitalizzata da Ghali durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi: “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra”. Un vero colpo al cuore del Comitato Olimpico che, evidentemente, preferisce ignorare ogni richiamo all’umanità in nome di un’ideale ipocrita di “apoliticità”.
Gli attivisti hanno affermato con tono pacato ma deciso che il gesto di Heraskevych non è affatto politico, bensì “un atto umano di memoria e rispetto” verso chi, poveri cristi, ha perso la vita a causa di un conflitto che il buon senso suggerirebbe di condannare senza se e senza ma.
“Non far tacere la voce di chi soffre”
L’associazione UaMi ha affilato la penna con una nota in cui si legge a chiare lettere: “La pace non si costruisce mettendo a tacere la voce di chi soffre”. Dunque, tutte le generazioni avrebbero il diritto di sapere cosa significhi vivere in un paese aggredito militarmente, e non certo nascondere questo sotto il tappeto politically correct del CIO. Secondo il Comitato, indossare un casco commemorativo significherebbe fare propaganda, dimenticando – ma si fa per dire – che l’intera cerimonia d’apertura potrebbe essere stata bollata allo stesso modo.
Non ci resta che apprezzare il limite oltre il quale non si può andare: la guerra, cosa che per fortuna, ahinoi, è chiaro persino ai bambini. Ma al CIO evidentemente no.
Heraskevych a Milano: “Che ho infranto?”
Intanto Heraskevych, insignito del prestigioso Ordine della Libertà dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, giovedì ha calcato il suolo milanese per una conferenza stampa al Consolato ucraino. Con la sua solita schiettezza, ha raccontato che aveva preparato tutto per la sua gara: slitta pronta, casco pronto, emozioni… nulla da fare, gli è stato negato il diritto di competere con quel casco. Ma, attenzione, non avrebbe idea di quale regola abbia violato salutando così il ricordo dei compagni caduti.
Da vero campione di ironia involontaria, ha detto: “Ho potuto usare questo casco in ogni allenamento ufficiale”. Ma oggi, in gara, quella pedana è diventata all’improvviso uno spazio tabù per la memoria.
Quando gli è stato chiesto come si sentisse, ha risposto senza mezzi termini: “Prima di tutto, ho molta fame. Poi sono veramente stanco. Infine, le mie scarpe sono sporche di fango dopo la pista di Cortina. Ma la mia motivazione viene dalla forza degli ucraini che non si arrendono”. Il decoro – si sa – non è di moda quando c’è da rispettare la memoria umana, ma la fame può spiegarci più di una cosa.
“Grazie, Italia, per i tuoi applausi”
L’atleta non ha risparmiato parole di apprezzamento per Italia e in particolare per Cortina d’Ampezzo, definita “un posto magnifico con montagne incredibili”. Ha anche mostrato un’insospettabile gratitudine verso gli italiani, lodando l’accoglienza e gli applausi tributati alla sua delegazione. “Ho avuto l’onore di essere il portabandiera durante la cerimonia di apertura e la nostra squadra ha ricevuto un grande applauso. È stato un momento di grande significato per me”, ha detto, quasi siderato dal calore della folla, un segnale – perlomeno questo – di speranza per il suo popolo martoriato.
Insomma, tra regole di cartapesta, decisioni che rasentano il paradosso e solidarietà scomode da mostrarsi, l’Olimpiade di Milano Cortina 2026 ci regala uno spettacolo degno di un teatro dell’assurdo, dove la memoria si deve piegare all’intransigenza di un’ideologia che ha perso il senso del ridicolo e dell’umanità stessa.



