Abderrahim Mansouri pare avesse ricevuto richieste, non una, non due, ma più volte, di “prestazioni” economiche e sostanze stupefacenti da parte di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della polizia che, durante un controllo antidroga nel famigerato boschetto di Rogoredo, ha sparato un colpo fatale alla sua testa il 26 gennaio scorso. Naturalmente, queste non sono chiacchiere da bar, ma testimonianze raccolte da conoscenti della vittima, attentamente studiate dalla Procura che indaga per omicidio volontario. Che spettacolo.
Per la cronaca, le richieste dicono fossero piuttosto precise e costanti: 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Sì, avete letto bene, un abbonamento giornaliero dignitoso, si suppone. Mansouri, dicono, avrebbe ceduto all’inizio, ma poi, con quel famoso coraggio di chi molla tutto, avrebbe detto “no grazie” e cominciato a temere per la sua incolumità. Occhio, però: la Guardia del Corpo è ancora tutta da verificare, ma se fosse vera la storia, beh, il copione cambia completamente.
Nel frattempo, oltre a Cinturrino, la Procura ha voluto includere nel club dei sospettati altri quattro colleghi poliziotti, accusandoli di favoreggiamento e omissione di soccorso. Immagino che nei prossimi giorni avranno tante cose interessanti da dirci. Il motivo? Tra testimonianze variegate e immagini delle telecamere di zona, c’è qualcosa che non torna nella ricostruzione ufficiale. Dove sarà finita la verità, oltre la ripresa CCTV?
La versione dell’agente: paura da thriller
Il dramma si è consumato in via Giuseppe Impastato, durante un banale servizio di controllo antidroga. Il nostro protagonista, Carnelo Cinturrino, racconta una storia da film di serie B: Mansouri avrebbe estratto una pistola e puntatala contro da ben… venti metri di distanza. Difficile da credere, ma lui dice di aver avuto paura e di aver sparato per difendersi. Rigorosamente con la pistola d’ordinanza, con circa vent’anni di onorato servizio sul groppone.
L’agente sostiene di aver riconosciuto “Zack”, lo soprannominava così il commissariato, e di aver reagito d’istinto appena ha visto quella pistola. Ovviamente il colpo è partito dritto alla testa di Mansouri, messa fuori gioco in un attimo… letteralmente e criminalmente impeccabile nel tempismo.
Replica d’arma o realtà? I dubbi velenosi
Il colpo di scena che tutti aspettavamo: la pistola impugnata da Mansouri non era una vera arma, bensì una replica di una Beretta 92, quella con il tappo rosso, ovviamente incapace di fare danni reali. Sorprendente, no? O forse no, visto il contesto tutto italiano di belle storie mal raccontate.
Tra le tante domande senza risposta, spicca quella più stuzzicante: quella “arma” era davvero lì, vicino al corpo di Mansouri, al momento dello sparo? Oppure l’hanno posata lì dopo, come comodamente si fa negli intrecci da film poliziesco? Pare che l’agente che ha fatto fuoco abbia incaricato un collega di andare al commissariato Mecenate per prendere uno zaino, la cui misteriosa appartenenza o contenuto sarebbe ignoto all’interessato (insomma, che ci fosse proprio la replica della pistola sembra roba da fiction, ma la giustizia indaga).
Parallelamente, la Procura sta analizzando i tempi di intervento sanitario: alcuni dettagli lascerebbero dubbi su un possibile ritardo nei soccorsi. Da qui nasce l’accusa di omissione di soccorso nei confronti degli altri poliziotti presenti sulla scena, un’aggiunta tutto fuorché marginale al copione di questa brutta storia.



