Cantare l’inno a squarciagola non salverà nessuno dal disastro

Cantare l’inno a squarciagola non salverà nessuno dal disastro

Nello sfogo di contrasti emotivi tra Italia e Bosnia si nasconde il destino del nostro beniamino chiamato calcio. O si rimette in carreggiata o affonda nel dimenticatoio, senza copione per sequel. Trovare di fronte un avversario che condivide le nostre stesse motivazioni dovrebbe essere uno stimolo, una sveglia. Infatti, entrambe le nazionali inseguono i Mondiali da un’eternità di 12 anni: loro festeggiavano nel 2014 la prima storica qualificazione, noi già archiviavamo memorabili epoche passate. Oggi, tanto loro quanto noi rincorriamo un’illusione chiamata felicità sportiva, caricandola di aspettative faraoniche. Una partita che non è solo nervosa, ma condivisa, intensa e perfino elettrizzante in ogni angolo.

In Bosnia, i neonati vengono spesso battezzati Edin, come il loro orgoglioso capitano Edin Dzeko, simbolo di una squadra che tenta senza sosta di mostrarci il volto migliore del proprio calcio. Da quando la nazione ha raggiunto l’indipendenza, hanno un inno nazionale privo di parole, poiché persino su questo sono incapaci di trovare un accordo unitario. Così hanno optato per un’aria strumentale che, a giudicare dal contesto, potrebbe sembrare incompleta o forse una trovata geniale, lasciando a ciascuno la libertà di riempirla con la propria idea di patria. Nel frattempo, noi, quelli delle “notti anonime e avvilenti”, gridiamo a più non posso senza mai smettere.

Bizzarro se si pensa che il nostro percorso abbia vissuto anni trionfali in cui, scena madre, i giocatori non riuscivano nemmeno a mettere insieme due parole di inno; poi, con molta pazienza, si è trovato un testo “ufficiale”, che a lungo non abbiamo capito, finendo persino per odiarlo un po’. In preda a deliri di grandezza, abbiamo pure immaginato di sostituirlo con un’aria di Verdi. Ma, guarda il caso, alla fine ce ne siamo innamorati, scoprendo la sua potenza, al punto che perfino gli avversari si sono messi a fischiottarlo, sportivissimo effetto collaterale.

All’estero, il nostro inno di Mameli è stato ribattezzato “Fratelli” e, ad ogni torneo importante, siamo sempre i primi nella classifica dell’apprezzamento. Per non parlare dell’ultimo Mondiale, dove l’unica cosa che sembrava mancare era proprio l’inno della nostra presenza. Una fotografia di gruppo, con gli occhi chiusi e gli abbracci stretti: lì siamo affascinanti, tocchiamo la magia di sentirci parte di qualcosa di più grande.

Voci decise, idee scolpite, orgoglio e sentimenti a fior di pelle: all’inizio siamo gonfi di promesse e potenzialità. Ci guardiamo con ammirazione, ci riconosciamo, mentre le mascotte davanti alla formazione si coprono le orecchie dal volume assordante dei tifosi. Ogni partita la scena gira, il video viene riprodotto fino allo sfinimento diventando l’unica essenza tangibile di ciò che sappiamo fare. Ma dopo? Solo silenzio. Una caricatura di ciò che avremmo potuto essere.

Alta intensità, attenzione: quel momento che dovrebbe lanciare al combattimento rischia di trasformarsi nella coperta di Linus dove rifugiarsi. Non è una posa studiata, ma quasi un rito scaramantico per sputare fuori il peggio prima di esser valutati. Esibiamo il nostro attaccamento viscerale all’appartenenza, consapevoli che a casa, allo stadio, persino in panchina tutti cantano all’unisono. Magnifico, ma a patto che questo coinvolgimento non si limiti all’inno ma si trasferisca sul campo, dove inizia la vera partita.

L’inno da solo, ridotto a mero esercizio scenico appena il pallone tocca il prato, è solo un’occasione sprecata, una promessa di gloria non mantenuta. Lo sport, si sa, decreta chi è il migliore e quantifica la durezza delle sconfitte: ne abbiamo collezionate di cocenti, eppure nell’ultimo playoff fallito a Palermo contro la Macedonia del Nord l’inno risuonava sempre perfetto, provocando brividi sacrali. Poi? Come se qualcuno avesse spento la luce.

Ecco, illudersi che la sacralità dell’interpretazione possa cambiare il risultato è follia. Ma ancora più tragicomico è lasciarla come semplice effetto speciale: se così fosse, meglio abbassare la voce e risparmiare gli applausi. Che per quanto belli, non segnano gol né ribaltano partite.

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