Budapest, teatro dell’ennesima farsa sportiva in salsa europea. Il Paris Saint-Germain, quella gloriosa macchina da guerra che non sa cosa significhi fermarsi, colleziona l’ennesima Champions League, la seconda di fila, tornando finalmente a incidere nella storia del calcio dopo le inevitabili passerelle nei campionati nazionali con avversari tanto temibili quanto un gatto sonnambulo.
Non confondiamo però la vittoria facile dello scorso anno, quel roboante 5-0 contro un’Inter in modalità “turisti della domenica” a Monaco di Baviera, con la faticaccia odierna. Dopo 90 minuti di agonia, con il solito Havertz che porta avanti l’Arsenal e un rigore di Dembélé a rimettere le cose in equilibrio, si è dovuto ricorrere a tempi supplementari infiniti e una lotteria di rigori degna di un thriller psicologico per stabilire chi avrebbe portato a casa l’ambita coppa.
E come in ogni favola dai contorni drammatici, a pagare pegno sono stati due protagonisti dell’Arsenal, Eze e Gabriel, che hanno steccato dagli undici metri, mentre per i campioni parigini solo Nuno Mendes ha tradito la mira. La “lotteria” dei rigori, sempre così imparziale e limpida, ha quindi premiato il PSG, spedendo a casa i Gunners, ancora a bocca asciutta nella loro bizzarra epopea europea.
Questo trionfo nella scintillante Puskas Arena proietta il Psg nell’olimpo di quei rari club capaci di fare il bis, qualcosa che nel calcio europeo si è visto poche volte e sempre degustando il meglio della storia del continente: dal leggendario Real Madrid degli anni ’50 con cinque titoli consecutivi, passando per i doppietti di Benfica, Inter, Ajax e Liverpool, fino ai clamorosi tris del Bayern Monaco e le doppiette di squadre oggi meno memorabili come il Nottingham Forest.
Nel ventunesimo secolo, con la trasformazione della Coppa dei Campioni in Champions League, solo il Real Madrid si è permesso il lusso di un tris consecutivo tra il 2015 e il 2017. E ora? Ora il PSG sembra determinato a riscrivere la storia e magari inaugurare una nuova era dominata dai colori parigini e dalle tasche (non proprio leggere) dei suoi proprietari qatarioti.
Hanno un allenatore che sa il fatto suo, una squadra formata da campioni con qualche annetto ma ancora gamba e una proprietà che butta sul piatto un budget da far girare la testa. Insomma, tutto ciò che serve in un calcio moderno dove non contano le idee ma solo i milioni da investire, o forse solo le tattiche milionarie che finalmente qualcuno a Parigi ha capito dopo anni passati a inseguire il mito di Messi, Neymar & co.
Eppure, ironia della sorte, questa pioggia di euro ha portato successi privati, blindati dentro una Ligue 1 modesta dove i rivali hanno smesso di lottare da tempo, ma ben poca gloria ha saputo raccogliere al di fuori dei confini francesi. Insomma, il Paris Saint-Germain doveva dimostrare che non bastava comprare campioni per vincere, ma che serviva quel tocco in più, quel marchio profondo nelle sfide vere con avversarie di calibro.
Missione compiuta, non senza patemi, nella notte della Puskas Arena. Il Psg può festeggiare perché nel calcio odierno, dove ogni successo è millesimale e ogni successo nazionale è solo un antipasto, riuscire a ripetersi al top è la vera impresa. Quindi sì, possiamo alzare i calici e dire che il cielo di Budapest ha ospitato nuovamente la stella di Parigi.
Emmanuel Macron ha commentato subito dopo il rigore decisivo:
“Una nuova stella brilla su Parigi.”
Non pagandosi di tanto slancio, il presidente francese ha aggiunto:
“Bravo PSG, che fa sognare tutta l’Europa. La Francia è fiera.”
Ovviamente, ogni parola è da prendere col sorriso: non è forse curioso applaudire un club che domina in patria solo perché finalmente riesce a vincere contro qualche europeo di rango? Ma tant’è, nella commedia infinita del calcio, la sceneggiatura del Paris Saint-Germain è sicuramente tra le più divertenti, quantomeno per chi ha voglia di ridere delle troppe incongruenze e delle facili (quanto inutili) retoriche.



