Il solito teatro della disperazione in salsa familiare: Piero Moriconi ha deciso, con un’originalità degna di miglior causa, di eliminare la propria famiglia a colpi di fucile. Il 24enne figlio e la moglie non hanno avuto neppure il tempo di capire cosa stava succedendo prima di diventare vittime della sua furia omicida. Tanto per cambiare, è scattato l’immancabile interrogatorio in carcere a Lucca, dove sembra ormai quasi un rito consolidato per queste tristi vicende.
Ovviamente, come da copione, i dettagli più scabrosi vengono sussurrati solo agli abbonati o alle élite dell’informazione selettiva, lasciando il resto del pubblico a immaginare i contorni di una tragedia che, purtroppo, si ripete con monotona costanza nella cronaca italiana. Non mancano certo gli intrecci psicologici, le giustificazioni postume e le descrizioni puntigliose che cercano disperatamente di trovare un senso a quell’insensato gesto.
Tra l’altro, è sorprendente come queste tragedie familiari abbiano cimeli sempre vagamente simili: armi da fuoco, tensioni nascoste, silenzi complici e un finale che lascia tutti con l’amaro in bocca e la sensazione di un destino inevitabilmente tragicomico. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma, se non l’ennesima conferma che le famiglie normali, quando scoppiano, lo fanno con stile e senza sconti.
Un interrogatorio, questo presso il carcere di Lucca, che si preannuncia come un’altra lente d’ingrandimento su un dolore ormai abusato, quasi un déjà-vu da cui nessuno riesce a distogliere lo sguardo. L’attenzione mediatica si accenderà per qualche ora, poi la memoria collettiva farà spazio all’episodio successivo, mentre la famiglia Moriconi sprofonda nella sua desolazione dimenticata.
In sintesi, siamo ancora qui a commentare l’ennesimo scempio domestico, senza vera sorpresa né possibilità di fuga dal circolo vizioso. E il bello è che, mentre esploriamo le tragedie altrui, continuiamo a ignorare quelle sistemiche che li generano. Ma che importa? Qui ci si limita a constatare, con distaccata ironia amara, che certe tragedie hanno sempre lo stesso, desolante copione.



