Elisa Tarasco e il marito Gabriele Genre, originario di Crissolo, protagonisti di quella che è già una delle storie di corruzione elettorale più eleganti della valle Po, hanno scelto la via della “messa alla prova”. Tradotto: niente processo, niente scandali pubblici, solo qualche lavoretto socialmente utile per cercare di rimediare alla piccola perla legata ai famigerati buoni benzina scambiati per voti durante le regionali con Fratelli d’Italia. A officiarne l’atto di clemenza sarà la giudice Emanuela Dufour, che, dopo aver verificato tutto con dovizia di particolari, dichiarerà il reato estinto. Degno di nota, vero?
Il pubblico ministero Mario Pesucci, che potrebbe avere più pazienza di un santo, non ha fiutato alcuna ragione per opporsi alla richiesta. Così questa incandescente vicenda, che ha appassionato un territorio più delle saghe televisive, e tanto più dopo un servizio esplosivo andato in onda su Rai Report, è destinata a concludersi senza clamori.
L’avvocato difensore Chiaffredo Peirone ha spiegato con la delicatezza di chi ha vissuto un calvario: “Si è deciso di evitare il processo non solo per sottrarre i miei assistiti a un ulteriore linciaggio mediatico – come se non ne avessero già fatti abbastanza – ma anche per permettere loro di dedicarsi alla collettività con opere socialmente utili. A onor del vero, l’accusa si è ridimensionata alla semplice contestazione della consegna di due buoni benzina”. Che sollievo!
Il glorioso scambio politico: buoni benzina… e voti
Non è tutto qui, perché nella stessa saga di generosità elettorale c’è un altro episodio che merita una menzione speciale. Un vicino di casa della coppia Tarasco-Genre, quello stesso che aveva avuto il coraggio di denunciare il sistema e, in un impeto di sincerità disarmante, ha ammesso di aver incassato ben 50 euro e di essere stato accompagnato al seggio elettorale, ha patteggiato una condanna più mite: due mesi e venti giorni di detenzione domiciliare.
L’avvocato Flavio Manavella ha guidato con maestria questa tregua giudiziaria, probabilmente con la consapevolezza che, in fondo, un pizzico di giustizia riservata funziona sempre meglio della giustizia spettacolo.
E così, mentre la valle Po si è potuta godere il dramma dei buoni benzina e dell’elettorato “popolare” – con una corsa al rimpallo di responsabilità e qualche sospiro di sollievo – il vero processo, quello pubblico, quello rumoroso, quello che avrebbe potuto smascherare chissà quali trame, si scioglie in un gioco di premi e penitenze molto convenienti.
Insomma, un’opera di bene collettiva resa possibile grazie a due semplici titoli di viaggio carburante. Se non è una favola moderna, poco ci manca.



