Bracciante massacrato dal branco e i romantici fan che applaudono i killer di Taranto

Bracciante massacrato dal branco e i romantici fan che applaudono i killer di Taranto

Sui social, una sagra di messaggi di solidarietà degni di un film d’azione a basso budget: i ragazzi di Taranto fermati per l’omicidio di Bakari Sako vengono applauditi tra cuoricini, linguaggi da “fratelli della strada” e simboli da gangster in erba. Insomma, il tipico coro da “presto liberateci, fratelli miei, vi voglio bene”, perché nulla dice “giustizia” come una dose massiccia di fratellanza criminale via social network.

L’ecosistema mediatico sembra ormai una fiera di sostegno indiscriminato alle peggiori svolte della giustizia fai-da-te, dove la verità si mescola con hashtag, emoji di pistole e sigle che farebbero invidia a qualsiasi clan d’ordinanza. Un perfetto cocktail di retorica criminale e umanitarismo selettivo, condito da un linguaggio che avrebbe fatto furore in un videoclip rap anni ’90.

La magistratura e le dinamiche social: un duo ironicamente disfunzionale

Gli operatori della giustizia lavorano nel silenzio, cercando di districare tra indizi, testimonianze e dinamiche di quartiere degne di una tragicommedia. Nel frattempo, sulla rete, la solidarietà si traduce in un vero e proprio tifoseria con slogan che oscillano tra il mafioso e il patetico, trasformando il dramma sanguinoso in una stucchevole gara di cuori e consensi.

Non stupisce vedere come le dinamiche social, nate per condividere momenti personali, si trasformino in tribune per movimenti di simpatia criminale, con slogan che evocano le peggiori semplificazioni narrative: eroi o vittime a seconda del filtro utilizzato (e del numero di like). La giustizia e la cronaca finiscono per fare da sfondo inconsapevole a un reality che sfugge a ogni logica e rispetto.

Quando la solidarietà diventa complicità

Ovviamente, mostrare solidarietà a chi è coinvolto in un omicidio sembra oggi una moda quasi indispensabile, soprattutto tra chi usa i social per rinnegare con veemenza le stesse norme sociali che pretende di violare. Il risultato? Una comunità virtuale che si autocelebra con balbettii da rapper scatenati, che lancia messaggi ambigui senza rendersene conto o peggio, con piena consapevolezza ma vigliaccamente nascosti dietro un profilo anonimo.

Un controsenso provocatorio che fa sorridere – o meglio, rabbrividire – e suggerisce una riflessione amara: la giustizia sociale è ormai un optional lasciato in mano a chi fa più rumore, più emoticon e più battutine sul web. Il risultato? Il solito teatrino dell’assurdo, in cui le vittime reali si dissolvono nascoste da una coltre di fumo fatta di messaggi patetici e hashtag di circostanza.

Il paradosso di un’epoca digitale

Paradossalmente, nel 2026 assistiamo a questa incredibile giostra in cui vittime e colpevoli si scambiano meritatamente il ruolo di martiri su piattaforme nate per connettere, non per giustificare il crimine o l’illegalità. Una rete che amplifica senza discernimento slogan e messaggi, creando una nuova generazione di paladini del “libera tutti”, dimentichi che le regole si applicano a tutti, anche a chi scrive post con cuoricini e pistole emoji.