Il secondo atto del grande teatro del risiko bancario si inaugura con un tocco di classe proprio nella mondana piazza Meda di Milano. L’innocuo consiglio di amministrazione di Banco Bpm si appresta a dare il via formale al percorso per definire la lista dei nuovi candidati al board: un passaggio che, dietro la cortina fumogena del protocollo, segna l’entrata in campo della partita vera, quella che conta davvero.
Dietro l’ipocrita scusa di un ordine del giorno “tecnico”, si agitano invece equilibri delicatissimi, destinati a lasciare un segno non solo sulla terza banca italiana per importanza, ma potenzialmente su tutta la grande operazione di consolidamento del sistema finanziario tricolore. Insomma, roba da far girare la testa a chiunque pensasse che fosse solo questione di “nomine”.
Nel frattempo, la scalata del temibile Rocca Salimbeni a Mediobanca sta ridisegnando con mano pesante la mappa dei poteri. Non aspettatevi una svista: qui si parla di rimpasti che faranno rumore nei palazzi, e non solo.
Ora il sipario si sposta su ciò che veramente conta: regole del gioco, liste e alleanze che si tessono nelle sale segrete dei consigli di amministrazione, come in una partita a rischio alto dove ogni mossa può rivelarsi decisiva.
Sopra a tutto, il peso di Crédit Agricole su Banco Bpm si fa sentire come un elefante in una cristalleria. La solerte Bce, con il solito tempismo impeccabile, ha appena dato l’ok al gruppo francese per oltrepassare la soglia del 20% del capitale, ma – ovviamente – non senza imporre clausole capestro: niente controllo diretto sulla governance e limitazioni ben precise nella designazione dei consiglieri di minoranza. Tradotto: puoi entrare nel club, ma senza sederti al tavolo dei potenti.
Questo placet, con il suo bel sapore di benevolenza calcolata, rafforza Crédit Agricole come azionista di riferimento, ma con l’astuzia di rinchiuderne l’influenza in una gabbia dorata. Come dire: potrai esistere, basta non fare troppo casino.
L’unico vero dono che riceverà sarà la possibilità di contare, non di guidare. Un equilibrio sottile – quasi un acrobatico numero da circo – che il direttore generale Giuseppe Castagna dovrà maneggiare con la delicatezza di un prestigiatore, cercando di far quadrare il cerchio tra soci, mercati e il faro onnipresente della vigilanza.
Nel frattempo, sullo sfondo, continua a far capolino il fantasma del golden power, quel potere speciale che lo Stato sbandiera come una spada di Damocle ogni volta che qualcosa sembra sfuggire di mano.
Il governo italiano ha infatti calato la scure con grande tempestività per fermare la presunta scalata di UniCredit su Banco Bpm, imponendo condizioni rigidissime e sventolando come scudo la sacrosanta bandiera dell’interesse nazionale. Naturalmente, questo zelo innalzato a dogma stride un po’ con la sostanziale noncuranza mostrata nei confronti del rafforzamento di Crédit Agricole. Qualcuno certamente storcerà il naso, visto che questa scelta – oltretutto – ha scatenato più di un malumore in Europa.
Così, da Bruxelles è partita una brillante procedura di infrazione, perché a quanto pare il nostro governo avrebbe avuto qualche problema a spiegare il motivo di tanto ardore nel fermare un compratore e così poca attenzione verso un altro.
L’Italia dovrà quindi sbobinare la propria risposta entro la fatidica mezzanotte del 21 gennaio, dopo di che la Commissione Europea si prenderà tutto il tempo per soppesare il dossier e decidere quanto siano legittimamente italiane certe titubanze e quanto, invece, stiano semplicemente pesando gli interessi di casa nostra mascherati da alta politica.
Un passaggio che potrebbe avere un impatto significativo sulle future strategie di consolidamento e sul raggio d’azione del famigerato golden power, quella bacchetta magica con cui lo Stato pensa di mettere il becco ovunque senza prendersi responsabilità.
Giovedì i riflettori si sposteranno a Siena, teatro di una tensione che sembra quasi voler fare concorrenza a un film thriller di serie B.
Luigi Lovaglio, l’amministratore delegato che ha finito per risanare la banca e orchestrare l’Opas su Mediobanca, rischia di fare la fine del solitario in un’isola deserta proprio alla vigilia delle assemblee cruciali.
Il comitato nomine, sempre così neutrale e gentile, ha deciso di metterlo sulla graticola, esprimendo un netto no alla sua riconferma nella lista per il nuovo CdA. Un segnale politico che va ben oltre il semplice giudizio sul manager, dipingendo un quadro di tensioni interne degno di un romanzo di intrighi bancari.
Negli ultimi due giorni, a Roma, si è tenuto il summit di Mps, con una quarantina di “eroici” tra consiglieri, dirigenti, consulenti e advisor pronti a scambiarsi analisi e chiacchiere sul futuro piano industriale Mps-Mediobanca.
Quell’incontro, prenotato da tempo, si è trasformato in un momento di suspense da Oscar, anticipando di qualche giorno il CdA di giovedì, l’assemblea straordinaria del 4 febbraio e la fatidica presentazione del piano industriale sotto l’occhio minaccioso della Banca centrale europea.
Nel frattempo, la sera scorsa, il gruppo Caltagirone ha rilasciato una dichiarazione che profuma di diplomazia da prima della classe: «Il gruppo, come socio, attende l’assemblea e la consultazione eventualmente prevista per esprimere un parere. Nel frattempo, rimane silenzioso per non interferire con le decisioni del CdA».
Nel frattempo, come una nuvola nera che minaccia tempesta, continua a circolare l’ombra ingombrante di UniCredit. Andrea Orcel smentisce qualsiasi interesse per Mps, ma molti analisti non si lasciano ingannare: Siena sarebbe una leva strategica da non sottovalutare, magari per rafforzare sotto traccia la propria influenza su Generali. Una mossa che inevitabilmente si scontrerebbe con le resistenze di Intesa Sanpaolo, finora perfettamente abile nel suo ruolo di spettatore silenzioso nel vasto risiko bancario.



