Borgo Mezzanone la baraccopoli europea che fa finta di non esistere

Borgo Mezzanone la baraccopoli europea che fa finta di non esistere

Un recinto di cancelli arrugginiti e filo spinato fa da guardia al Centro di accoglienza per richiedenti asilo, ma a pochi passi si apre un’altra realtà che sembra uscito da un film post-apocalittico. Benvenuti a Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia in quel fantastico angolo di paradiso pugliese chiamato provincia di Foggia. Qui, da oltre vent’anni, si è formato l’insediamento informale più grande d’Europa, un mix esplosivo di baracche di fortuna, ristoranti improvvisati e banchi commerciali che si sono stratificati sulla vecchia pista di un aeroporto abbandonato, simbolo perfetto di un’area dimenticata da Dio e dagli uomini.

In estate, più di 4mila persone – sì, avete capito bene, oltre quattromila – si ammassano in queste condizioni indefinibili, preparandosi a darsi da fare nei campi, soprattutto per la raccolta del pomodoro, quella meraviglia rossa su cui si basa l’economia agricola locale. E quando scende l’inverno e la domanda di manodopera cala, si assiste al miracolo di oltre mille coraggiosi che restano a vivere in questo “paradiso” di lamiere e polvere, instaurando un hub di intermediazione lavorativa talvolta più nero del carbone più scuro.

Peccato che l’unico vero investimento sia quello nell’abbandono sociale. Perché, nonostante tutto, questi uomini e donne hanno creato una comunità che fa acqua da tutte le parti ma riesce comunque a funzionare grazie all’ingegno di chi resiste, aggrega, organizza. Tra questi, spicca l’attivismo della nota organizzazione umanitaria Intersos, che dal 2018 gira con una clinica mobile: un faro in mezzo al deserto di questo inferno dimenticato, portando cure mediche e orientamento socio-sanitario alle persone che considerano Borgo Mezzanone casa. Un gesto nobile ma, si sa, non basta mai.

Nemmeno la Regione Puglia è rimasta con le mani in mano: ha tentato di mettere insieme qualche progetto, come la foresteria che ha permesso a centinaia di lavoratori di uscire dall’incubo dei campi. Un’azione lodevole, se non fosse che la grande promessa della “riqualificazione del Cara” si è impantanata tra le spire della burocrazia italiana, trasformando milioni di euro di fondi del Pnrr in un altro di quei sogni spezzati sulla dura realtà amministrativa.

Un microcosmo di contraddizioni che sfugge a ogni ascolto

Quello che manca, però, e lo dicono tutti meno che i burocrati in poltrona, è proprio la capacità di ascoltare chi vive ogni giorno questo inferno. L’insediamento è popolato da persone con bisogni, sogni, storie – a volte disperate, altre volte eroi silenziosi – eppure il sistema pare blindato nella sua indifferenza. Qui, dove l’umanità sembra aver perso la tessera d’ingresso, si fatica a riconoscere i volti dietro i numeri, a cogliere la complessità di vite messe in pausa, sospese tra lo sfruttamento e la speranza, tra il bisogno e l’assenza di diritti.

Nel frattempo, le baracche crescono, i mercatini si moltiplicano e la polvere continua a coprire ogni cosa. Tutto intorno un perpetuo equilibrismo tra resistenza e abbandono, una realtà composita che nessuno sembra volere cambiare davvero. E così Borgo Mezzanone resta lì, come un monumento vivente alle contraddizioni dell’accoglienza europea: un gigantesco paradosso incatenato nel filo spinato, custode delle nostre ipocrisie e della nostra incapacità di fare di meglio.

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