Un tempio Shaolin, perché niente urla “gruppo hip hop di Staten Island” come un monaco illuminato in versione light show, aveva preso possesso del palco della Unipol Arena di Casalecchio di Reno. Motivo? Ospitare i mitici Wu-Tang Clan nella loro unica (e presunta ultima) data italiana del loro addio alle scene. Il cda dell’hip hop americano, insomma, che tra povertà delle strade e qualche piccolo colpetto da “imprese criminali”, sono riusciti a mettere insieme un impero più solido delle leggende metropolitane.
La serie “Wu-Tang. An American Saga” (per chi mastica Disney+) racconta questa fiaba moderna: da microcriminali a produttori casalinghi, con tanto di studio funk-rock dal vivo a suonare sotto le loro rime taglienti. E sì, Ol’ Dirty Bastard si è auto-trasformato in suo figlio, che è praticamente il clone perfetto – capelli, flow e problemi compresi. Originale? Meno di quanto si pensi, ma abbastanza per convincere il pubblico della Unipol Arena.
C’erano tempi dove indossare felpe con i lustrini non faceva ridere nessuno, specialmente quando il logo Wu Wear era un biglietto d’ingresso nei templi della moda newyorchese. Ogni canzone aveva il suo abito, la giusta dose di chiasso per stappare bottiglie di champagne direttamente in prima fila, mentre le chitarre distorte e le batterie facevano il lavoro sporco musicalmente parlando.
Tra un brano e l’altro, lo spettacolo si è fatto pubblicitario stile festival del merchandising: documentari da vedere (per gli appassionati di biografie nostalgiche), videogiochi da provare, e la più strana delle richieste social – votate i Wu-Tang per farli entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame. E non si scappa, il mega QR code gigante sul maxischermo quasi urla “VOTATE CIÒ!”. Perché, tranquilli, niente calcoli politici: “vogliono solo stare lì, al fianco di Beatles e Rolling Stones”.
E mentre voi vi divertivate, su uno sfondo stupefacente di monaci shaolin, che con meditazioni e arti marziali nulla c’entravano col rap ma hey, “è il cinema di genere” che sprizza dal palco, loro vi portavano negli anni ’90 turbolenti della East Coast: droga, gangster, riscatto, e sorellanza tra bottiglie di champagne e cambi d’abito continui. Un concerto commemorativo? Assolutamente. Un tuffo nostalgico in un’epoca in cui ragazzi senza la minima idea di come si suona uno strumento conquistavano le classifiche e l’immaginario collettivo inter-razziale.
Con tutto questo, vi domanderete cosa resta di un tempo in cui il rap era “piccola rivoluzione dai bassifondi”. Oggi resta un monumento in tuta felpata e glitter, un’icona d’una stagione che ha quasi più bisogno di essere certificata che celebrata. E mentre scorrono le immagini dietro, che oscillano tra il monastero buddhista e il palco di un’arena italiana, non si può che percepire l’ironia di una band che ha trasformato la propria leggenda personale in un’industria di culto, merchandise e nostalgia.



