Bilancia commerciale vola del 94% a novembre e supera l’anno scorso, nonostante i tentativi inutili di tariffazione

Bilancia commerciale vola del 94% a novembre e supera l’anno scorso, nonostante i tentativi inutili di tariffazione

Provate a immaginare la sceneggiatura perfetta per un film sull’efficienza economica: gli Stati Uniti lanciano dazi per ridurre il deficit commerciale ma, sorpresa, sorpresa, il deficit schizza verso l’alto come un razzo impazzito. Sembra che la strategia tariffaria di Donald Trump, quella famosa che avrebbe raddrizzato tutte le storture commerciali, abbia raggiunto un altro traguardo… ma non proprio quello sperato.

Nel novembre scorso, il deficit commerciale statunitense con i suoi partner internazionali è quasi raddoppiato, portandosi a un clamoroso $56,8 miliardi. Un aumento del 94,6% rispetto al mese precedente. Per chi avesse pensato che la colpa fosse tutta della Cina, ecco una chicca: un terzo di questo aumento arriva proprio dall’Unione Europea, con un balzo del deficit nelle merci di 8,2 miliardi di dollari.

Nel frattempo, l’eccesso commerciale con la Cina si è leggermente ridotto, passando a 13,9 miliardi di dollari, una diminuzione di circa un miliardo. Insomma, il gigante asiatico perde terreno nel derby del deficit, ma niente paura, l’UE si offre generosamente per riempire il vuoto.

Se si guarda al dato cumulativo dell’anno, fino a novembre il deficit tocca la bellezza di 839,5 miliardi di dollari, con un aumento del 4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Quindi, al netto di tutto, i conti non tornano proprio come qualcuno sperava.

Tariffa, ma non troppo

È davvero sorprendente come la tattica del pugno duro abbia preso una piega più morbida con il passare del tempo. A inizio aprile 2025, quando erano state annunciate le cosiddette tariffe “reciproche”, la Casa Bianca si era premurata di specificare che i tassi venivano decisi proprio in base ai deficit commerciali con i vari partner.

Peccato che, col passare dei mesi, l’intransigenza si sia dissolta come neve al sole. Arriviamo ad agosto e voilà: un accordo quadro tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea mette il freno, stabilendo un lugubre tasso d’imposta del… 15% sulla maggioranza delle merci europee. Un modo elegante per dire “non facciamo troppo male ai nostri amici del mercato comune”.

Insomma, il duello tra dazi e deficit ha più l’aria di un balletto poco coordinato, dove chi dovrebbe tagliare sprechi e squilibri finisce invece a ballare a tempo perso, contribuendo a un’ulteriore escalation del saldo negativo.

Il paradosso delle politiche commerciali

Donald Trump ha dichiarato:

“C’è un paradosso nel vedere che i principali alleati degli Stati Uniti siano i primi a essere tassati.”

A questi livelli di paradosso, non è difficile immaginare che la retorica pro-tariffa inizi a incrinarsi davanti all’evidenza dei numeri. Mettere delle tasse sulle merci europee per ridurre il deficit è come piangere sul latte versato mentre con la mano si continua a rovesciarlo.

E il risultato, nemmeno a dirlo, è che il deficit complessivo aumenta, confermando che le misure protezionistiche burocratiche sono più efficaci nel disegnare scenari da incubo economico che nell’aggiustare i conti nazionali.

In sostanza, la politica commerciale statunitense continua a giocare a nascondino con la realtà: promette di ridurre gli squilibri ma, sotto l’apparente muso duro, cede alle pressioni e trattative con i partner, lasciando che i numeri veri continuino a ballare allegramente verso il rosso.

Chissà quale sarà la prossima idea geniale per affrontare le sfide di un commercio globale che non si piega ai capricci della politica. Nel frattempo, la partita del deficit sembra destinata a continuare a favore dell’ironia.

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