Nel meraviglioso mondo della biotecnologia, dove ogni settimana sembra di assistere a un remake di “Chi vuol essere milionario?” con milioni a rischio da perdere, assistiamo a uno spettacolo sontuoso: la lotta all’ultima offerta tra Pfizer e Novo Nordisk per mettere le mani su Metsera, star nascente nel mercato dei farmaci dimagranti. Mentre la grande industria farmaceutica si affanna a tappare quel buco di ricavi che presto minaccerà le loro casse, il palcoscenico è appostato per una guerra senza esclusione di colpi.
Avete presente quel fatidico “patent cliff”, la famosa scivolata delle vendite che scatta quando i brevetti dei best seller si sgretolano? Bene, da qui al 2032, stando a qualche calcolo intelligente, la perdita sulle vendite di farmaci top vale qualcosa come 173,9 miliardi di dollari all’anno. E per i più ottimisti, o pessimisti a seconda dei punti di vista, si parla persino di una forbice tra 200 e 350 miliardi considerando anche i farmaci meno famosi. Non proprio bruscolini, insomma.
Se volete un’immagine chiara: è come se le case farmaceutiche stessero cercando di raccattare all’ultimo minuto idee e innovazioni per riempire un secchio che perde acqua da tutte le parti. E la necessità di rimpinguare i loro “pipeline” di prodotti non poteva arrivare in un momento migliore, visto che il settore biotech si è appena svegliato da un pisolino lungo anni, seguito a una marea di investimenti durante la pandemia.
Per chi esulta al suono di “fusione e acquisizione” come fosse la nuova Maratona di Atene, segnatevi un paio di date: settembre e ottobre 2025. È stato in quei mesi che il mercato ha deciso di svegliarsi dal torpore, complice anche la pausa dalle minacce protezionistiche, la fine del “guerra contro i prezzi alti dei farmaci” voluta da Trump e un bel taglio dei tassi d’interesse che ha fatto scendere il sipario su quel famigerato “febbre da crisi” che aveva paralizzato ogni accordo.
Ora, tutte queste corporazioni si trovano con una mano in pasta e l’altra a cercare disperatamente il modo di soddisfare due esigenze: riempire il loro catalogo di nuove molecole e poi trovare asset degni di nota in un mercato più competitivo del reality più agguerrito che abbiate mai visto.
La voragine dei ricavi e il ciclo infinito delle scoperte
Il bello del settore biomedico è che ogni dieci anni circa si svegliano dal torpore solo per affrontare il temuto “patent cliff”: la perdita dei diritti esclusivi su quei prodotti che facevano guadagnare tanto e a cui i mercati erano affezionati. Risultato? Le aziende sono costrette a buttarsi a capofitto in nuove scoperte o, per i più pragmatici, strappare tutto ciò che si muove sul mercato da chi le innovazioni già le ha fatte.
Linden Thomson, gestore senior di portafoglio alla Candriam, ci illumina con questa chicca:
“La biotecnologia è la vera locomotiva dell’innovazione sanitaria. Ed è a questo motore che le farmaceutiche si rivolgono quando vogliono espandere i loro orizzonti biomedici.”
Nonostante quasi tutte le farmaceutiche siano nate come produzioni chimiche di piccole molecole, oggi la linea tra pharma e biotech è un ricordo sbiadito. Fondamentalmente, è difficile capire dove finisca uno e inizi l’altro, visto che la maggior parte dei farmaci richiama tecnologia biotech – da anticorpi a mRNA – e molte aziende chimiche si sono buttate a peso morto in questo campo.
La prossima tempesta di brevetti scaduti, con i nomi pesanti come Bristol Myers Squibb e il suo Eliquis, Merck con il suo Keytruda, e il celeberrimo Ozempic di Novo Nordisk, mette a nudo tutta la drammaticità della situazione: o corri o muori.
Joanna Sadowska, esperta di mercato healthcare, ha fatto un’analisi che ci svela un trucco non proprio trasparente: circa metà dei blockbuster approvati tra il 2014 e il 2023 non sono nati dentro i laboratori delle grandi aziende, ma sono stati semplicemente “comparti” da altre realtà. Le due più abili in questo gioco da tavolo? Eli Lilly e AstraZeneca, con otto e cinque farmaci acquistati su un totale rispettivamente di tredici. Il che ci fa chiedere chi sia veramente la regina dell’innovazione.
Ovviamente, anche i giganti europei fanno il loro gioco, senza troppe illusioni: GSK e Novartis non si vergognano certo a riconoscere che senza qualche “accordo accessorio” ficcante nel cuore dei loro settori di punta, la festa rischia di finire male.
Al recente evento con investitori a Londra, Vasant Narasimhan, CEO di Novartis, si è prodigato in elogi a una cassa fortissima che – parole sue – “ci permette di investire nel nostro business”.
Ma se Novartis gioco forza lascia un velo di mistero sulle cifre, avendo fatto accordi fino a 12 miliardi di dollari, GSK è più diretta.
Chris Sheldon, numero uno globale…
Il dirigente dello sviluppo aziendale di GSK definisce quella zona come il “punto dolce”: un target biologico convalidato, spesso in fase di sviluppo intermedia e con un valore stimato tra 1 e 2 miliardi di dollari, dove non è ancora chiaro se il candidato farmaco sarà un successo o un flop. Ovviamente, molte acquisizioni di asset in fase avanzata si trasformano in un problema di matematica complessa, soprattutto se si tratta di un’azienda quotata che ha raggiunto un valore ritenuto equo.
Sheldon ha aggiunto con una delicatezza degna di un ring da combattimento: “Lo sviluppo aziendale è sempre uno sport di contatto. Se un asset è abbastanza valido, ci sono più pretendenti.”
Le trattative variano da semplici partnership e accordi di licenza con royalty, fino a compravendite nette e cruente.
“Preferiremmo fare licenze tutti i giorni della settimana rispetto alle fusioni e acquisizioni, se potessimo, perché così si gestisce meglio il rischio e si premia il partner man mano che il valore si sblocca e il rischio si riduce”, ha spiegato Sheldon, con la proverbiale saggezza di chi sa che la gestione del rischio è sempre più comoda se lo si fa in due.
Naturalmente, a volte l’acquisto con assegno milionario in mano è l’unica via possibile, con i suoi bei vantaggi: il controllo totale dei piani di sviluppo, il talento umano annesso e, ovviamente, la fantastica molecola.
“La realtà è che spesso è il venditore a dettare le regole, ma pochi lo capiscono davvero”, ha confidato Sheldon, come se rivelasse un segreto di stato.
Un ambiente competitivo al limite del surreale
Quando il settore biotech ha ripreso ossigeno nel mercato M&A, a novembre abbiamo assistito alla sfida più esilarante dell’anno: la guerra di offerte pubbliche tra Pfizer e Novo Nordisk per Metsera, azienda specializzata in farmaci per la perdita di peso in fase clinica. Alla fine il premio è andato a Pfizer con un assegno da ben 10 miliardi di dollari.
Stefan Loren, managing director di Oppenheimer, ha brillato per onestà: “Raramente si vede un’asta così pubblica, è davvero un’operazione di visibilità. Il rischio reputazionale è enorme: perdere fa male, pagare troppo pure.”
Loren ha aggiunto con ironia che questa frenesia riflette lo stato di panico delle aziende biotech, che si vedono scivolare via i brevetti come sabbia dalle mani e devono correre a colmare i buchi dei loro pipeline.
“Lo sviluppo aziendale è uno sport di contatto. Se c’è un asset di valore, i pretendenti si accalcano”, ha ripetuto come un mantra Chris Sheldon, per ricordarci che in questo gioco a chi urla più forte, la passione è d’obbligo.
Di solito, queste maratone di shopping nel pharma durano al massimo un anno e mezzo prima che tutti decidano di tirare il freno, ha precisato Loren.
Il mercato dei GLP-1, quei farmaci anti-obesità apprezzati da influencer e boomers, è diventato un’arena altamente competitiva. Più di 120 asset metabolici sono in sviluppo da circa 60 aziende, una vera giungla di potenziali colpi di scena.
Secondo gli esperti che monitorano il settore, la battaglia tra Pfizer e Novo Nordisk per Metsera è un chiaro segno della crescente urgenza strategica: una lotta serrata dove le finestre temporali per differenziarsi si stanno restringendo, mentre le politiche di rimborso e norme regolamentari diventano sempre più favorevoli.
Naturalmente, l’obesità è solo l’esempio più visibile; la vera festa delle acquisizioni include neurologia, oncologia, immunologia e infiammazione. “È davvero un gioco del momento: si va a colpire ciò che permette di riempire i pipeline rapidamente”, ha commentato Loren, come se fosse un mercato alle pulci.
L’ascesa, la caduta e il nuovo boom del biotech
Durante la pandemia da Covid-19, il biotech era diventato la new entry più richiesta nelle wish list degli investitori, un vero e proprio Eldorado. I tassi bassi e l’ottimismo sfrenato hanno mandato le valutazioni alle stelle, con aziende che o si quotavano o venivano divorate dai colossi più grandi.
Come in ogni storia hollywoodiana, però, c’è il colpo di scena: la biopharma, costosa e a rischio, deve fare i conti con la realtà del mercato che cambia. Le aziende biotech in fase iniziale, gestite a colpi di scommesse ad alto rischio, sono spesso le prime vittime quando l’onda dell’entusiasmo si ritira.
Il 2025 non è stato certo un anno di sole: l’amministrazione Trump ha aggiunto ulteriore foschia minacciando il settore con l’ombra di tasse più elevate e regolamentazioni più strette, complicando una già precaria situazione.
Insomma, la corsa al tesoro biotech non è certo un’aviaria dei buoni sentimenti: lo sport preferito dalle aziende è sgomitare, fare offerte folli e, quando va bene, tirare un sospiro di sollievo aspettando che qualcuno paghi il conto finale.
E non è tutto! C’è stata una pioggia di dati positivi che ha fatto esplodere i valori biotech, un evento che solo un anno fa avrebbe fatto scappare gli investitori come se fosse l’Armageddon. Prima gli investitori usavano ogni dato positivo come scusa per vendere, ora invece corrono a comprarne di più. Che volete farci, il mercato è così imprevedibile da sembrare un circo.
Loren commenta con la solita saggezza post-colpo di scena:
“C’è un punto in cui tutto diventa così deprimente che, alla fine, quale rischio c’è davvero? E ora che vediamo l’accelerazione delle fusioni e acquisizioni, la buona notizia è che questo gioco è diventato molto reale.”
Un 2026 con un’agenda fitta di matrimoni aziendali
Il 2026 promette di essere il palcoscenico dove le aziende biotech si lanceranno a braccetto in fusioni e acquisizioni degne di un romanzo rosa. Gli analisti di PitchBook hanno svelato che questo sarà uno dei momenti più “in” per investire da decenni, grazie al disinnesco delle tensioni politiche sanitarie negli Stati Uniti e a nuovi tagli dei tassi che fanno cantare gli speculatori.
Dal canto suo, Rajesh Kumar, capo della ricerca azionaria nel settore scienze della vita ed eco-sanità di HSBC Europa, prevede un vero e proprio “boom” nelle operazioni di trading anche perché, miracolo dei miracoli, la tempesta sui prezzi dei farmaci sembra essersi calmata.
Rajesh Kumar ha rivelato a una trasmissione di CNBC con la sua bonaria saggezza da esperto:
“Le aspettative sul margine di mercato oltre il 2026 potrebbero essere un po’ più ottimistiche di quanto dovrebbero, ma la verità è che le aziende stanno investendo negli Stati Uniti, la produzione è reale, la chiarezza è finalmente presente, e questo è un terreno fertile per le fusioni biotech e i finanziamenti alle startup.”
Turbine di cambiamenti nel mondo farmaceutico
Ma aspettate, c’è dell’altro! Il settore farmaceutico non si fa mancare nulla e si prepara a un’altra annata di venti contrari, ma non senza occasioni di dramma – o di urgenza, se preferite – per spingere i produttori a stringere accordi a occhi chiusi come se non ci fosse un domani.
Dal 2026, con l’entrata in vigore dell’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, alcuni farmaci più venduti vedranno i loro prezzi calare. Ma attenzione: questa legge tratta gli ingredienti attivi dei farmaci prodotti dallo stesso produttore come un’unica entità, limitando così le strategie di gestione del ciclo di vita dei prodotti – un autentico regalo per chi sperava in più libertà.
In più, se l’ultima bozza di linee guida della Food and Drug Administration dovesse essere adottata, i biosimilari potrebbero fare il loro ingresso sul mercato americano con una facilità che farebbe impallidire chiunque aspiri a mantenere prezzi gonfiati e monopoli dorati.
Ecco quindi che, uniti, tutti questi fattori lasciano prevedere una caduta più rapida e rumorosa dei ricavi post-brevetto, soprattutto per i biologici, lasciando le aziende farmaceutiche a cercare disperatamente nuove mosse sullo scacchiere delle trattative.



