Da decenni, Stati Uniti, Israele e Iran si sono dilettati nel gioco del gatto e del topo, evitando accuratamente un confronto diretto, preferendo lasciare il lavoro sporco ai soliti alleati regionali. La rivoluzione islamica del 1979, che mise fine alla monarchia dello scià e inaugurò la Repubblica islamica, ha piuttosto generato una guerra a colpi di proxy, dallo spettacolo circense ma mai un vero scontro faccia a faccia. Naturalmente, fino a ieri.
Ora, stando all’analista di punta Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies e profondo conoscitore del Medio Oriente, abbiamo superato la linea sottile oltre la quale non si torna più indietro: un confronto aperto, con chiarissime intenzioni di rovesciare il regime di Teheran. Un vero e proprio terremoto geopolitico che potrebbe scuotere non solo il Golfo Persico, ma riverberarsi fino addirittura all’Ucraina, gettando benzina sul fuoco di crisi già incandescenti.
Pedde non nasconde la sua analisi: esaminiamo i retroscena militari e politici di questa guerra evidente che nessuno vuole chiamare tale, il ruolo strategico dei Pasdaran nella nuova leadership iraniana, e il potenziale effetto domino destabilizzante sui regimi del Golfo, senza dimenticare la sorpresa finale: un beneficio inatteso che potrebbe finire per rafforzare la posizione di Mosca nel gioco globale.
Qual è il dettaglio che più colpisce in questa escalation tra USA, Israele e Iran? Nulla da nascondere: il confine che per quasi mezzo secolo ha tenuto separati pericolosamente questi attori è stato infranto. Dal 1979, le rivalità erano rimaste una danza diplomatica semi-indiretta, fatta di alleati, proxy e fughe dall’impegno diretto. Una prudenza che, evidentemente, adesso è carta straccia.
I fatti recenti, in particolare dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la distruzione sistematica dell’“asse della resistenza” – quell’insieme di alleanze che ha ostacolato gli interessi occidentali in Medio Oriente per decenni –, hanno fatto scattare il conto alla rovescia verso l’incontro diretto ai massimi livelli. Non un semplice episodio, ma il terzo round di scontri tra Israele e Iran, e neanche il primo coinvolgimento frontale degli Stati Uniti.
Se ci si nasconde dietro la favoletta della proliferazione nucleare o della sicurezza minacciata, allora significa che si sta dando troppo credito alle bugie ufficiali. Il vero scopo? Un cambio di regime che, diciamolo, ricorda tanto la sceneggiata delle guerre per “democratizzare” il pianeta.
Ma un cambio di regime in Iran è davvero credibile? Oppure ci sarà un riassetto interno gestito da chi già oggi detiene il potere in qualche modo camuffato?
Il quadro è nebuloso, fluido e pieno di incognite da far impazzire un matematico. Per far fuori un regime così radicato serve prima minarne pesantemente la capacità di controllo, soprattutto degli apparati di sicurezza interni. Finché il complesso militare e securitario è in piedi e mantiene il pugno di ferro, immaginate che la popolazione osi rischiare la pelle lanciandosi in piazza senza essere subito schiacciata?
La missione di Washington e Tel Aviv è chiara: colpire senza pietà i Pasdaran, quei temibili guardiani della rivoluzione che rappresentano il vero cuore pulsante del regime, la forza paramilitare incaricata di mantenere il controllo interno.
In fondo, è divertente notare come la narrazione ufficiale si aggrappi disperatamente a minacce nucleari più o meno fantasiose, mentre dietro le quinte si trava una partita molto più concreta e brutale, fatta di pallottole, droni e intelligence globale. Tutto per un cambio di regime che, proposto come salvatore della libertà, rischia invece di portare solo un’altra ondata di caos e instabilità infinita.
Il quadro regionale semplicemente traballa. I paesi del Golfo sono già in bilico sull’orlo del precipizio, con le loro alleanze fragili e instabili. E, incredibilmente, tutto questo pandemonio potrebbe riaffidare le carte geostrategiche nelle mani del gigante russo, che, come il peggiore dei giocatori di scacchi, approfitta del disordine per consolidare la sua influenza.
Insomma, benvenuti nella nuova era del Medio Oriente, dove le vecchie regole sono state gettate nel cestino, la destabilizzazione è il nome del gioco e la pace è un concetto sempre più ridicolo e lontano da afferrare.
Ah, la straordinaria capacità del Medio Oriente di trasformare una crisi in un circo senza fine: se le forze interne della regione venissero indebolite, solo allora si potrebbe addirittura contemplare uno spazio apertamente dedicato a una rivolta interna. Un vero spettacolo di speranze mancate e mosse strategiche di alta scuola… per chi ama le tragedie greche con un tocco di suspense moderna.
E come risponde il robusto Iran a questo clima da poker d’assi dove ognuno bluffa? Semplice: Teheran vede l’attacco come una sorta di Apocalypse Now personale, una minaccia esistenziale da manuale. E quale sarebbe la grande strategia? Regionalizzare il conflitto, cioè prendere a schiaffi gli interessi economici e strategici dei vicini del Golfo, con la splendida idea di trasformare questa guerra in un salasso politico ed economico troppo pesante da sostenere per Washington e soci. Insomma, un po’ di gioco ad alto rischio: resistere qualche settimana, subire danni come se piovesse e sperare che tutto diventi così insostenibile da riportare i Stati Uniti a tavolino. Praticamente un piano perfetto, se non fosse che questa è anche una guerra esistenziale per l’amministrazione Trump, che a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato non può proprio permettersi costi umani, militari ed energetici in crescita. Ricordate il fronte Maga? Ormai è la sua nuova terra promessa.
E se il regime novello impero non crollasse, chi dovrebbe guidare il Iran dopo questo show? Eh, la sorpresa è che il cambio di guardia è già in corso. La prima generazione della Repubblica islamica, coloro che hanno fondato il tutto, sono stati messi fuori gioco nella prima parte del conflitto. Ora la seconda generazione, tutta pepe e ideologia dura come il granito, espressione dei temuti Pasdaran, sta salendo sul palco. Questi ragazzi non sono qui per fare chiacchiere: sono più ruvidi e meno inclini al dialogo di chi li ha preceduti.
Vi chiedete se saranno più diplomatici o più guerrafondai? La risposta è talmente ovvia che fa quasi ridere: sarà un’aggressività da far invidia a un toro in un negozio di cristalli. Non si fidano più di nessuno, specialmente degli Stati Uniti, traditi da colpi a tradimento nel bel mezzo di minacce di negoziati lampo — senza dimenticare la celebre “Guerra dei 12 giorni” dell’estate scorsa, pietra miliare del dialogo diplomatico. Per questi signori il trattare si fa solo da una posizione di forza, e il loro piano è mettere a ferro e fuoco tutta la regione del Golfo per prendersi il titolo di campioni della discordia.
E come se la passano quei poveri paesi del Golfo? Fragilissimi, grazie al cielo, così non si annoiano mai. Guardiamo Abu Dhabi, che vive di energia come un vampiro dipendente dal sangue, e la scintillante Dubai, completamente appesa al mercato del mattone, alla finanza e alla sua pregiata compagnia aerea. Un qualsiasi scossone bellico regionale e tutti quei settori vanno in crash immediato. Turismo, voli, investimenti: un bombardamento economico micidiale che lascia cicatrici per generazioni.
E il copione potrebbe imbizzarrirsi ancora di più se entrassero in scena gli Houthi o si bloccassero le vie marine strategiche. Già immaginiamo l’apocalisse: i ribelli che minacciano il traffico navale nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb, facendo diventare la crisi nel Golfo di Hormuz una festa totale con ripercussioni globali. Signore e signori, benvenuti al club delle crisi sistemiche che non risparmiano neanche l’Europa.
E poi c’è il misterioso ruolo dei curdi, quelle anime erranti sempre disponibili a essere “ingaggiate” e poi abbandonate con grazia, come ai tempi della prima guerra del Golfo o durante la lotta contro l’Isis in Siria. Ma state tranquilli: conquistare un paese complesso come l’Iran con un gruppetto dal Kurdistan iracheno è pura fantascienza. Al massimo potranno dare fastidio in zone di confine, ovviamente giocando con il fuoco: un’escalation con la Turchia sarebbe così sgradita che farebbe sembrare un temporale estivo una tempesta apocalittica, dato il sospetto ancestrale di Ankara verso qualsiasi rafforzamento curdo, e in particolare verso i legami con il PKK.
Le inaspettate beneficiarie della guerra
Chi è che ci guadagna in tutto questo bailamme, voi direte? A sorpresa, niente meno che la Russia. Politicamente, questo conflitto permette a Mosca di spingere un’interpretazione molto comoda delle accuse occidentali sul diritto internazionale nell’invasione dell’Ucraina. In pratica: “Se il mondo occidentale non fa rispettare la legalità nel Medio Oriente, perché dovrebbe farlo nel nostro cortile?”.
Ma non è finita qui. La crisi energetica mondiale, scatenata da questi eventi, regala a Mosca la possibilità di smerciare più petrolio e gas verso l’Asia a prezzi decisamente più succulenti rispetto ai tempi in cui doveva svendere a prezzi stracciati per mantenere il mercato.
E per finire, il colpo strategico di scena: mentre l’attenzione e le risorse militari occidentali si spostano precipitandosi verso il Medio Oriente, la capacità di supportare Kyiv si riduce drasticamente. Un rischio così evidente che persino Volodymyr Zelensky ha avuto il coraggio di sottolinearlo a chiare lettere. Insomma, mettere il Medio Oriente sotto una lente d’ingrandimento significa inevitabilmente dedicargli tutte le risorse, e dimenticare la guerra che scotta anche in Europa, ma chissà, magari è proprio questo il “grande piano”.



