Se il battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano dall’altra parte del pianeta, cosa mai potrà succedere quando a sbatterle è uno struzzo? O, per non farsi mancare nulla, un tacchino psicotico con un arsenale nucleare nella valigetta? Nel pieno tumulto della terza settimana di questa nuova, scintillante guerra mediorientale, la risposta è quanto mai incerta e alquanto inquietante. Doveva essere una missione da manuale: rapida, chirurgica, quasi una noiosa formalità da infilare tra una conferenza stampa e un tweet obliterato da qualche meme. Invece, eccoci qua, ogni giorno accoglie raffiche più violente: escalation militare, strozzature marittime da manuale del caos, un prezzo del petrolio che si spinge verso l’infinito con la stessa velocità con cui la logica sembra fuggire dalla stanza. E tutto questo, accompagnato dal rumoroso starnazzare dello Studio Ovale, dove nemici e alleati si rimescolano come in un gioco di carte truccate a seconda di chi soffia quel giorno il vento.
Dentro questa perfetta tempesta, le conseguenze non si limitano certo a un semplice bilancio economico o militare. Sotto la superficie di analisi strategiche altisonanti, briefing operativi al limite del dramma e grafici impazziti del prezzo del gas, riaffiora una legge antica e brutale: nel mondo dei predatori, chi mostra un minimo segno di debolezza rischia di ritrovarsi divorato a colazione.
Un pensiero un po’ destabilizzante per un pianeta che ha speso secoli a costruire la propria immagine di civiltà fondata sulla fiducia cieca nella ragione, convinto che logica ed etica avrebbero addomesticato la violenza storica. Evidentemente, la marcia verso la civiltà è stata più lenta di una lumaca zoppa. Oggi non sono più i ragionamenti a dettare il passo, ma un olfatto selvaggio. E quando si avverte odore di sangue, preparatevi: qualcuno finirà per mordere.
Lo scenario
Che fare, dunque? Evitare lo Stretto di Hormuz è possibile: si può deviare tutto verso il Mar Rosso e il Iraq, certo, ma non dite che non vi avevamo avvertito che è un gioco rischioso, un supplemento di roulette russa per chi ha ancora voglia di vendere petrolio senza svenarsi. Nel frattempo, il caos si infittisce e le contromisure militari si intrecciano come un mosaico sempre più complicato da decifrare.
Il presidente americano è un personaggio che si definirebbe da solo – impulsivo, narcisista, imprevedibile, inaffidabile, con una spruzzata di pericolosità quanto basta più un tocco abbondante di incompetenza. Ma, da perfetto predatore istintivo, una cosa l’ha capito benissimo: in questa fase storica non è tanto la follia che spaventa, quanto l’apparire deboli. Ecco perché fermare la guerra solo perché la benzina costa un occhio della testa negli Stati Uniti gli è semplicemente inconcepibile. Perché se il “re della giungla” si ritira per un graffio superficiale, gli altri predatori iniziano a organizzare il banchetto.
Altro che ritirata disastrosa dall’Afghanistan per mano di un certo Biden. Almeno lì si parlava di una guerra ventennale persa talmente lontano nel tempo da meritare solo qualche pagina di storia dimenticata. Qui, invece, sarebbe un imperiale predatore a mostrare la pancia solo per qualche centesimo al gallone di carburante. Un segnale chiaro, semplice e devastante. Proprio il punto sul quale sta puntando l’Iran: prendete nota, sapendo bene di non poter vincere a mani basse in campo militare, ha deciso di trasformare le proprie vulnerabilità in un test crudo sulla forza del nemico, cercando di mandare in tilt il sistema nervoso dell’avversario.
Facciamo parlare i numeri, ma anche i fatti: il costo dell’energia e l’inflazione sono problemi drammatici per milioni di persone, certo, ma nella giungla globale non si vince per prosperità, bensì per l’intensità del dolore che si è disposti a sopportare senza mollare. Se volete punti di riferimento più concreti, date un occhio a Kiev o a Mosca. L’Ucraina combatte da anni immolandosi a un imperativo semplice quanto spietato: una preda braccata può solo colpire il predatore dove fa male, sperando che la ferita sia abbastanza profonda da fargli mollare la presa. La Russia, da parte sua, ha accettato costi economici mica da ridere, isolamento internazionale e un logoramento militare senza precedenti solo per non mostrare un minimo segno di cedimento. Ora guarda, paziente, per capire se Washington avrà il coraggio — o la follia — di ritirarsi, forte della lezione ben imparata: un animale ferito ma ancora con i denti ha più chances di essere rispettato di uno grasso ma esitante.
L’analisi
Nel frattempo, nel labirinto degli incubi mediorientali, si prospetta una nuova Gaza. E come se non bastasse, il fantasma del Libano si aggira inquietante tra le macerie di un equilibrio fragilissimo. Un’area già terra di nessuno, dove ogni escalation rischia di far saltare il tappeto sotto i piedi a chiunque si affidi a una diplomazia che da decenni sembra più una partita a nascondino con il buon senso.
Il risultato, come spesso accade in questo scacchiere, è la perfetta combinazione di follia e calcolo spietato, un mix in cui il confine tra strategia e autodistruzione è tanto sottile quanto la pazienza dei popoli coinvolti.
Questa guerra ci insegna, con una spietatezza da manuale della giungla, che nessuno è immune, neanche chi si illudeva di aver lasciato tutto questo alle spalle. Le poche monarchie del Golfo si erano tranquillizzate con porti scintillanti, investimenti più miliardari di una sbronza da petroldollari e diplomazie da manuale totale. E ora? Si ritrovano a fare i saltimbanchi nell’arena, nemmeno il biglietto d’uscita hanno avuto.
La Cina, poi, sembra un saggio anziano che osserva turbolenze e polli imbranati con la sua proverbiale calma da maestro zen. Sa bene che finché non mostra un minimo di vulnerabilità, nessuno può azzardare un assaggio, ma capisce pure che non può starsene lì a guardare il mondo che si divora da solo per sempre.
Noi, poveri europei, lo abbiamo intuito lentamente – come chi si sveglia dopo un sonno troppo lungo e si accorge di non poter più ignorare il dolore muscolare. Lo sentiamo da tutti i pulpiti, declinato in mille versioni, da quella un po’ retrò di Emmanuel Macron alla “hard cuisine” di Mark Carney: se non siedi al tavolo dei potenti, preparati a finire nel piatto.
Manuali per sopravvivere, almeno a breve termine
Alla fine, quello che ci rimane sono questi desolanti e amari manuali di sopravvivenza a breve termine in un mondo che non aspetta permessi prima di sfoderare gli artigli. Un mondo feroce, spietato, che ha messo da tempo nel dimenticatoio il cortese galateo delle relazioni internazionali.
Tutto questo, in attesa che qualcuno, prima o poi, si svegli dal torpore e capisca che l’unica vera via di scampo è smettere di comportarsi come belve ringhiose, magari provando, chissà, a trovare altro che la sopravvivenza a ogni costo.



