Benessere aziendale premiato da Unindustria perché anche i manager hanno bisogno di coccole

Benessere aziendale premiato da Unindustria perché anche i manager hanno bisogno di coccole

Nell’infinita saga delle iniziative buoniste, ecco spuntare il Premio Anima, una trovata dell’associazione no profit che si occupa di vesti etici e corporate style, quella che ama più i valori sociali delle imprese di quanto le imprese amino i profitti. Ogni anno, infatti, questi paladini della moralità si fanno portavoce di personalità artistiche e culturali, come se fossero gli unici detentori della bussola morale dell’Italia, che assurti a santi patroni dell’etica, ci aprono gli occhi sull’importanza di combinare responsabilità sociale e sostenibilità. Che gentile promemoria, vero? Una vera bussola per guidare lo sviluppo del nostro glorioso Paese, che fino a ieri sembrava navigare al buio.

Non ci si stancherà mai di ripeterlo: la “responsabilità sociale” e la “sostenibilità” sono le parole magiche che, a detta loro, guideranno il nostro futuro economico. Il tutto condito dal solito mantra su come “imprese” e “opinione pubblica” dovrebbero tenersi per mano e cantare in coro una ninna nanna su valori e sviluppo etico. Come se, per caso, imprenditori e aziende non fossero mai stati capaci di badare ai loro profitti senza un’associazione caritatevole che gli ricordasse di essere gentili col prossimo.

Si sente quasi il peso di tanta nobiltà d’intenti, ma tra un applauso e una serata di gala, ci sfugge un dettaglio: quanto contano davvero queste iniziative nel mondo reale, quello fatto di bilanci, tasse, e non solo di selfie con premi e targhe? Probabilmente poco più di niente, ma è fantastico poterlo dire a gran voce, mentre si prende un caffè bio e si discetta del nuovo progetto “green”.

Il Premio Anima e l’illusione del progresso etico

Ora, premiare chi sa declamare a memoria il lessico dell’ecosostenibilità e del sociale è senz’altro un modo elegante per sentirsi migliori senza toccare troppo la realtà. Il cerchio magico del Premio Anima raccoglie i soliti eroi della cultura e dell’arte, quelli che ci spiegano come il futuro sarà green e etico, ovviamente mentre noi stiamo qui a chiedere come pagare le bollette e far quadrare i conti.

Nell’immaginario sublime di questa associazione, il concetto di “sviluppo sostenibile” dovrebbe essere la bacchetta magica per tutti i problemi italiani. Peccato che i tentativi concreti finiscano spesso intrappolati nelle maglie della burocrazia, delle lentezze governative e della pura ipocrisia. Basta un riconoscimento, una notarella sui giornali, e poi tutti tornano ai loro affari, con la coscienza leggermente più pulita.

Il messaggio subliminale è chiaro: “Non basta fare impresa, devi sentirti un santo.” Peccato che, se questo fosse vero, l’Italia sarebbe una nazione di mendicanti etici e santi imprenditori, un’immagine abbastanza ridicola fuori dell’universo ideale di Anima.

Etica e imprese: un matrimonio da copertina

Si sa, le imprese hanno sempre avuto un debole per la propria immagine pubblica. Dunque, niente di meglio che un po’ di “eticità certificata” per affrontare mercati spietati e clienti sempre più scettici. Il premio serve anche a questo: a dipingere l’azienda come la fata buona della favola industriale, quella che non solo fa soldi ma lo fa col cuore, col rispetto per l’ambiente e con un sorriso largo così.

Naturalmente, questa facciata ben oliata nasconde spesso realtà meno edificanti: sfruttamenti, sprechi, greenwashing, ma chissene importa quando si può esibire una targa e una foto per i social. Una strategia infallibile, che funziona sia per guadagnare mercato che per guadagnare qualche punto nelle decisioni politiche. E alla fine, non è forse quello che conta sul serio?

Così Anima diventa il paradiso dell’etica da copertina, dove i buoni intenti si infilano in un bel pacchetto da vendere e dove le buone azioni – documentate e premiate – sono come i voti a scuola: contano più delle reali virtù.

In fondo, è facile parlare di valori quando si premia chi parla di valori.

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