Finalmente, via libera all’incoronazione di Beatrice Venezi come nuova direttora musicale dell’Orchestra del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Il Consiglio d’Indirizzo della Fondazione lirico-sinfonica, con tanto di applausi del presidente nonché sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, si è espresso con entusiasmo «approvando la nomina del maestro Beatrice Venezi», e ha osannato «la dettagliata relazione del sovrintendente Nicola Colabianchi». La giovane promessa, per chi ancora nutre dubbi, si impegnerà ben quattro anni, a partire dall’ammirevole ottobre prossimo, come puntualizzato dal comunicato del CdI.
Naturalmente, questa lussuosa nomina non poteva prescindere da un allegro moto di protesta: da quel fatidico 22 settembre, data in cui Venezi è stata designata da Colabianchi, le maestranze del teatro – orchestrali in testa – si sono lanciate in una danza di agitazioni, volantinaggi, assemblee, cortei e scioperi. Che magnifica sceneggiata! Precisano con cura i sindacati (i quali – chissà – non contestano la persona della trentacinquenne direttrice, ma il suo, ehm, curriculum, giudicato assai poco all’altezza del prestigio veneziano) e rifiutano con vigore le implicazioni politiche di quella che chiamano una scelta indifendibile.
La relazione del sovrintendente: una dichiarazione di intenti (e forse di autoconvinzione)
In una relazione tanto solenne quanto minuziosa indirizzata al Consiglio d’Indirizzo, Nicola Colabianchi si è sentito in dovere di ricordare il grande potere conferitogli dalla legge, che assegna al sovrintendente l’ultima parola sulla nomina del direttore musicale. Ma, che bontà istituzionale, egli ha voluto andare oltre il dovere e, munito di senso di responsabilità (che la stampa ama definire “attenzione mediatica”), ha voluto condividere con il CdI «i motivi, il contesto e gli obiettivi» della sua scelta – un atto generoso, senza dubbio.
Con tono solenne, Colabianchi ha affermato un principio degno di nota: «Chi ha la responsabilità di condurre teatri d’opera e grandi istituzioni musicali deve giudicare secondo competenza, responsabilità e visione, non secondo consuetudini o vecchie logiche di potere». Insomma, perché sì. E non è tutto: «La Fenice ha sempre ospitato compositori innovatori e a volte controversi, cavalcando il rischio e segnalando le evoluzioni prima che fossero moda». Cosa c’è, allora, di più moderno e innovativo di un direttore musicale nominato a soli trenta e cinque anni?
La decisione di affidare l’importante ruolo a giovani come Venezi è stata descritta come un investimento per il futuro: un chiaro segno di fiducia nella capacità di costruire continuità e rinnovamento in una dimensione temporale media-lunga, assicurando al teatro una prospettiva di crescita.
La contraddizione perfetta: rinnovamento o raccomandazioni?
Chiaro. Peccato che, in un mondo ideale, persino la parola “rinnovamento” dovrebbe venire accompagnata da una minima analisi di merito e serietà, e non farsi cullare da frasi di circostanza e da un curriculum probabilmente poco convicente. Interessante leggere la reazione di Beatrice Venezi, che ha rotto il silenzio con una battuta da applausi, tipica di chi sa benissimo di essere caduta nella categoria delle “raccomandate” ma intende non pensarci troppo:
Beatrice Venezi said:
«Sono talmente raccomandata che lavoro solo all’estero.»
Un’autoironia che sembra sbeffeggiare ogni velleità di presunta “leggerezza” nel curriculum, eppure parla molto più forte di mille carte bollate.
Un futuro che profuma di polemiche
Che il teatro sia un brulicante formicaio di interessi sconosciuti ai più non è novità, e la scelta di un direttore musicale non è mai solo una questione artistica. Qui si intrecciano politica, relazioni di potere, e una buona dose di show mediatico che scimmiotta il «progresso» e l’innovazione.
Le maestranze, poi, fanno la loro parte perfettamente: il malcontento non si perde in attacchi personali, ma si concentra su un punto ben preciso. L’«inadeguatezza» del curriculum di un direttore a cui si deve affidare un prestigioso teatro viene sottolineata con vigore, mostrando che, nonostante tutto, forse un minimo di buon senso non è ancora del tutto svanito.
E così la Fenice, che orgogliosamente si tollera come faro di innovazione e tradizione, si ritrova impantanata nell’eterno gioco delle nomine pilotate, in un teatrino che continua a ripetersi, dove il talento non è sempre la stella polare, ma piuttosto la comparsa di un copione che si rinnova ad ogni stagione.
Il sovrintendente Nicola Colabianchi si è preso la briga di ripassare il curriculum di Beatrice Venezi, che al momento è direttore principale ospite del Teatro Colón di Buenos Aires. La simpatica signora ha inoltre diretto l’Orchestra della Toscana, il Festival Puccini di Torre del Lago e la Fondazione Taormina Arte. Per non farsi mancare nulla, è stata pure membro della Consulta Femminile del Pontificio Consiglio per la Cultura e consigliere musicale del Ministro della Cultura italiana. Insomma, una carriera impeccabile per chi ama quella musica seria e istituzionale.
Colabianchi ha spiegato che la nomina risponde a «una coerenza artistica e progettuale strettamente musicale». Naturalmente, si parla di una formazione solida, passata per un’analisi rigorosa della partitura e un metodo inflessibile orientato a far quadrare tutto come in un perfetto quadrato magico. La Venezi incarna il prototipo contemporaneo del direttore italiano ed europeo, quello che si mette lì a contemperare l’operismo tradizionale con la sacrosanta devozione alla scrittura vocale, all’agogica e all’equilibrio tra buca e palcoscenico, rigorosamente senza deviazioni.
Poi, in un esercizio da manuale della retorica istituzionale, il sovrintendente si è sbizzarrito a sottolineare che il lavoro di Venezi è un delicato equilibrio tra rispetto maniacale della partitura, prassi storicamente corretta e una capacità sorprendente di tenere lontano ogni forma di noiosa “forzatura interpretativa” o “lettura museale”. Insomma, niente di troppo originale, ma tutto molto elegante e allineato con la tradizione gloriosa del Teatro La Fenice, baluardo della musica “classica” come la si intende da sempre.
Non solo musica, però. Il direttore musicale contemporaneo deve farsi carico anche di ben più importanti compiti: oltre a brandire la bacchetta con maestria, deve garantire la continuità artistica, dialogare con le strutture interne e incarnare l’immagine del teatro stesso. Una responsabilità che Beatrice Venezi avrebbe accettato con entusiasmo, pronta a “valorizzare un percorso di crescita” da far invidia al migliore dei percorsi di leadership teatrale moderna.
Ovviamente non manca l’immancabile tocco di sensibilità sociale: questa nomina è anche un gesto simbolico che “normalizza” la presenza femminile nelle cariche apicali della musica. Ma niente falsa retorica da “nominata solo perché donna”, così precisa Colabianchi, perché tutto qui si basa su competenza, progetto e responsabilità – mica su gender o basta. Che bel sollievo, dopo secoli di “dominazione maschile” da dirottare a discapito della meritocrazia.
In sintesi, il Teatro La Fenice ha deciso di giocare la carta di una leadership artistica “nazionale ma con un occhio all’internazionale”, dando spazio a chi parla «a pubblici diversi», soprattutto a quelli che si fanno tentare dalla musica colta con qualche esitazione in più. Come dire: l’arte non è solo per gli “addetti ai lavori” o per gli snob, ma è un patto di comunicazione che deve mettersi anche al servizio dell’”accessibilità”. Comunque complicato dirlo senza cadere nella trappola di sembrare “populisti”, vero?
Insomma, mentre i riflettori si accendono su questo nuovo capitolo del glorioso Teatro La Fenice, qualcuno forse si chiederà da che parte stia la rivoluzione: tra la tradizione canonica e l’ambiziosa promessa di rinnovare il pubblico, l’equilibrio è tutto. E non si scherza affatto, perché nel mondo dell’opera ogni piccola variazione di tono è un salto nel vuoto.



