Un capo di gabinetto che pare immune da ogni sfiducia, e nonostante la bufera mediatica e un’inchiesta giudiziaria che si aggira come un falco, rimane lì impassibile. Sorprendentemente, la stessa persona nota per frasi intrise di sguaiatezza sia in tv che nelle più nobili aule della giustizia capitolina. I colleghi? Naturalmente scappano via, stufi del suo stile “centralizzatore” e della totale mancanza di rispetto. Parliamo di Giusi Bartolozzi, che, con incredibile abilità degna dei migliori funamboli, incarna il concetto di “intoccabile” a dispetto di ogni bufera, accusa o caduta di stile. Tutto questo inizia con una toga che ora definisce niente meno che un “plotone di esecuzione”, responsabile di ogni sorta di guaio.
Prima giudice nel tribunale di Gela, sua città di nascita, poi nel tribunale di Palermo, nel 2013 viene promossa alla Corte d’Appello di Roma. Nel 2018 abbandona la toga per dedicarsi alla politica, con lo zampino sempre presente di Silvio Berlusconi, che la candida capolista alla Camera nel collegio di Agrigento. Ecco che la signora entra in Parlamento con Forza Italia, quel partito amico di chiunque non voglia cambiare nulla ma pretende tutto.
Tra i suoi momenti di gloria, si distingue per il voto a favore della legge contro l’omotransfobia – perché far finta di lottare contro l’odio fa sempre comodo – e per uno scontro epico con i colleghi di Forza Italia sulla riforma del processo penale nel 2021. Lascia il partito e finisce nel gruppo misto, da dove non perde occasione per beccarsi con l’allora governo Draghi, dando spettacolo con critiche al vetriolo.
Da lì il passaggio quasi scontato verso qualche esponente di Fratelli d’Italia, in particolare, pare, verso Andrea Delmastro. Nel 2022, il ministro Carlo Nordio la vuole come vice capo di gabinetto del Ministero della Giustizia. Sopra di lei si trova il buon Alberto Rizzi, che però, stando a chi c’era, non riesce neanche a metterle fretta e finisce per lasciare l’incarico sbattendo la porta. Da quel momento, per i corridoi di via Arenula è un coro unanime: “È lei il vero ministro”.
Bartolozzi assume il ruolo di supervisore assoluto: ogni incombenza, ogni carta, ogni scelta passa sotto il suo controllo ossessivo. E ovviamente, anche il rovente caso Almasri non fa eccezione. Generale libico arrestato con mandato internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, il suo destino è una questione più diplomatica che giudiziaria, trattandosi di non urtare la sensibilità di Tripoli.
Tra il 18 e il 21 gennaio 2025, succede il delirio: telefonate, riunioni tetre e blande strategie, con il ministro Nordio spesso fuori città. A fare la parte della donna superimpegnata è naturalmente la vice. Lei chiama, scrive, ordina, discute, comanda. Insomma, un vero e proprio “plotone di esecuzione” in salsa burocratica.
Il caso Almasri: il rimpatrio che fa scintille
Il generale libico viene rimpatriato in tutta fretta con un volo di Stato, e ovviamente la farsa politica esplode in un coro di polemiche e reciproche denunce. Il tribunale dei ministri decide che è il caso di investigare sui protagonisti di questa commedia dell’assurdo: ministro della Giustizia, ministro dell’Interno e il sottosegretario di Palazzo Chigi finiscono nel mirino.
Come al solito, Bartolozzi viene convocata a testimoniare. Alla corte dei giudici racconta di “sentire il ministro Nordio quaranta volte al giorno”. E, come se non bastasse, confessa sottobanco di aver nascosto un documento chiave. Una chicca tra dichiarazioni che i magistrati giudicano non solo inattendibili, ma autenticamente mendaci. Robe da collezione, insomma.
Per gli altri indagati Piantedosi, Nordio e Mantovano l’autorizzazione a procedere non viene concessa, ma per la nostra eroina della burocrazia il discorso assume tutt’altra piega: in qualità di membro “laico” sembriamo scoprire che l’immunità proprio non gliela riconoscono, come un ostacolo troppo fastidioso da aggirare. Naturalmente, i suoi sodali si danno da fare per cercare di farle ottenere il privilegio, ma la Camera si prende comodo e probabilmente deciderà dopo il 23 marzo, giusto in tempo per non disturbare la campagna referendaria.
In attesa che la politica si decida, la nostra vice capo di gabinetto tira dritto come una freccia, incurante di polemiche e conflitti di interesse. A sollevare il fastidioso dubbio di “opportunità” è il senatore Walter Verini, che osa menzionare perfino l’assurda possibilità di un conflitto d’interessi.
Ovviamente, la paladina non è lasciata sola: viene difesa con fervore dall’avvocata e senatrice Giulia Bongiorno, che probabilmente smuoverà mari e monti pur di salvare la reputazione di un personaggio che sembra sempre galleggiare sopra ogni tempesta.
Che gioia scoprire che la presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, la stimatissima avvocata Bongiorno, si dedica con tanto zelo a difendere proprio quel capo di Gabinetto del ministero della Giustizia che dovrebbe invece sembrare sotto scrutinio. Che tempismo meraviglioso, visto che costui sta diligentemente lavorando per allungare i tempi e sfuggire a qualsiasi giudizio. Naturalmente, la legge glielo permette, perché nulla dice contro questi sotterfugi. Ma ecco che il senatore dem Verini sbotta: trova quantomeno “inappropriato” che la presidente della commissione difenda legalmente un altro pezzo grosso dello stesso sistema istituzionale. Troppo semplice, forse, la separazione dei ruoli?
La questione non è nuova e l’illustre avvocata Bongiorno ha già fatto parlare di sé assistendo ministri e sottosegretari in delicatissimi casi, quello Almasri in primis, sollevando perplessità che il buon Verini non si è certo risparmiato dal rimarcare.
Nordio difende Bartolozzi: “Leale, accuse infondate”
Quando le opposizioni chiedono un minimo di trasparenza e chiedono che si presentino in Parlamento per riferire, i consiglieri di fiducia sembrano avere un’illustre capacità di sconsigliare alla meno peggio quelle idee “fastidiose”. Ora il copione si ripete e il buon Verini ci tiene a triplicare sul conflitto d’interessi: “Se non è formale, è quanto meno sostanziale”. Ma lui assicura che con la collega Bongiorno non si tratta di rancori personali, anzi, è perfettamente capace di mostrarsi solidale persino quando è vittima dei peggiori insulti. Missione compiuta, quindi, per la diplomazia senatoria.
Quando si parla del caso Bartolozzi, però, si levano cori unanimi contro la sua condotta, definita “inopportuna” e “non collaborativa” con la giustizia. Il messaggio è chiaro: Bongiorno (caps lock meriterebbe), dovrebbe fare un piccolo, discreto passo indietro e ammettere di aver esagerato. Peccato che qualsiasi azione sembri impensabile a sole due settimane dalle elezioni, soprattutto se uno ha un «profilo politico» da difendere, ben lontano dal riserbo che il suo ruolo impone.
Invece, nulla di tutto questo: Bartolozzi non è quel tipo di capo di gabinetto che si limita a verificare con discrezione la legittimità degli atti. No, no, è un’accentratrice (termine gentile per “boss”) con un ruolo apertamente politico, che tra l’altro viene tollerato e approvato senza batter ciglio. L’ennesimo perfetto esempio di come il sistema istituzionale bellamente aggiri ogni regola del buon senso e del merito.
Chi osa pensare che qualcuno possa essere toccato da scandali o pressioni, si sbaglia: Bartolozzi è come una fortezza invulnerabile. Del resto, gli tocca gestire la “successione dei fatti” sul complicatissimo caso Almasri, un incarico che evidentemente richiede qualità patriarcali e immunità da censure. E mentre le immagini virali di urla e accuse contro i magistrati infiammano i dibattiti televisivi, il Palazzo resta impassibile, forse intento a preparare un altro episodio di questa tragicommedia istituzionale senza fine.



