Baricco si autoelegge eretico della musica e pretende applausi

Baricco si autoelegge eretico della musica e pretende applausi

«La narrazione racchiude tutti i suoni del mondo. Quello della Holden, però, è un suono mutante. Dopo trent’anni siamo cambiati noi e i ragazzi, come se fossimo un’animaletto musicale capace di vibrazioni intense e di un sound sempre diverso. Ed ecco che nasce “Seven Springs”, una specie di manifesto sonoro che, guarda caso, ci ricorda che dobbiamo proprio metterci a produrre musica», così presenta Alessandro Baricco, preside della Scuola Holden di Torino, la terza edizione di “Seven Springs – il suono della Holden”. Una rassegna musicale vietata ai noiosi, diretta con piglio da Gloria Campaner e Nicola Campogrande, che promette sette concerti, tutti alle sette di sera, al pazzesco prezzo di sette euro l’uno. Artisti di calibro nazionale e internazionale, tipo Paolo Fresu, Raphael Gualazzi, Saturnino e Bertrand Chamayou, calcheranno il palco e si esibiranno in 45 minuti di musica per poi concedersi a 20 minuti di chiacchiere con il pubblico. Come se non bastasse, ogni serata finirà con un “terzo tempo” e una consumazione già inclusa nel biglietto. Fantastico, no?

Se proprio pensavate che la Scuola Holden fosse solo un covo di scrittori frustrati, sappiate che al primo anno gli studenti già si cimentano nel canto corale, mescolando corpo, voce e musica. Una vocazione che, a quanto pare, è cresciuta nel tempo, ironizza Baricco dal palco del General Store, location scelta per sei dei sette concerti: «Questo posto un tempo era una linea di montaggio di bombe», ci inginocchiamo di fronte a tanto romanticismo industriale. Ora invece è«una cassa armonica di storie, parole, persone e musiche». Il posto perfetto per celebrare la libertà: parola d’ordine di questa edizione. I musicisti saranno liberi di improvvisare fino all’ultimo, senza la tortura delle scalette preconfezionate. Libertà, jazz e caos benvenuti. Gloria Campaner non nasconde la piacevole sorpresa: «Il pubblico, come noi, non saprà cosa aspettarsi. La scaletta? Un mistero. Dovremmo tutti essere un po’ più jazz…»

Naturalmente la scelta degli artisti è made in cuore e non solo in talento: «Qui non arrivano divi da salotto, ma artisti veri, che non solo amano suonare a due metri e mezzo dal pubblico, ma desiderano anche un bicchiere in compagnia e un po’ di confidenza dopo lo show», spiega l’organizzatore Nicola Campogrande. Celebrità? No grazie, vogliamo vicinanza e umanità, mica solo plasticità scenica.

Sette concerti, sette storie di musica libera e irriverente

Il festival aprirà il sipario martedì 28 aprile con un confronto intrigante, il “Ravel vs John Zorn”, l’unico appuntamento con programma svelato in anteprima. La protagonista sarà la soprano e direttrice d’orchestra canadese Barbara Hannigan, vincitrice di un Grammy, affiancata dal pianista francese Bertrand Chamayou. Insieme daranno vita a “Jumalattaret”, un ciclo di canzoni che affonda le radici nel poema epico finlandese Kalevala, magistralmente rivisitato da Zorn per la voce di Hannigan. Per chi non sa resistere al mix tra mito e sperimentazione, un appuntamento da segnare in agenda.

Il 5 maggio, la scena sarà tutta per i giovani e pluripremiati Giuseppe Gibboni al violino e Carlotta Dalia alla chitarra, che si cimenteranno con composizioni di Niccolò Paganini, Isaac Albéniz e Astor Piazzolla. E chi pensava che la musica classica fosse polverosa, si ricreda: serve solo il contesto giusto per rendere tutto più sferzante e vivo.

Poi, c’è la ciliegina sul cupcake del 12 maggio: una prima assoluta che unisce barocco e contemporaneo grazie alla voce del controtenore Raffaele Pe e alle pulsazioni elettriche di Saturnino. Una coppia improbabile che però promette scintille sonore e culturali, proprio come piace alla Holden.

Il 14 maggio, il festival si sposta fuori dalla Holden, inaugurando la XXXVIII edizione del Salone del Libro di Torino. L’appuntamento è all’Auditorium del Lingotto, con “Notte Eretica”, uno spettacolo inedito narrato da Alessandro Baricco stesso, tratto dal suo ultimo libro che, spoiler non voluto ma inevitabile, tenterà di sfidare ancora una volta racconti e convenzioni.

Se tutto questo non vi sembra abbastanza, beh, siete pronti a riconsiderare il concetto stesso di concerto: un’esperienza di libertà assoluta, confronto umano e, soprattutto, di musica che si costruisce al momento, senza filtri e senza regole. Un invito decisamente aperto a chi ha ancora il coraggio di lasciarsi sorprendere.

Perché mai la musica sarebbe fondamentale per i futuri scrittori? A rispondere ci pensa il celeberrimo docente della Scuola Holden, Campogrande. Ovviamente, all’inizio gli studenti si grattano la testa a chiedersi a che diamine serva analizzare una sonata per violino e pianoforte o studiare la storia della musica. Ma voilà, arriva il miracolo creativo: quando devono plasmare il carattere di un personaggio, spunta fuori la forma sonata, e improvvisamente tutto diventa limpido come l’acqua di una sorgente alpina. Passare attraverso tonalità diverse o trasformare un tema è praticamente la stessa cosa di costruire una trama. Insomma, quel linguaggio misterioso fatto di note e pause si trasforma in un manuale di scrittura nascosto, che aiuta a pensare con più raffinata accuratezza al linguaggio verbale usato per i racconti. Ah, e poi la musica classica sarebbe un vero e proprio “massaggio alla sensibilità”. Non male, eh? Con poche note, tutto un mondo emotivo torna a battere.

Se qualcuno ancora pensa che musica e narrazione non c’entrano nulla l’uno con l’altro, ecco intervenire il musicista-scrittore di turno, Vasco Brondi. Prima del solito Alessandro Baricco, che tanto ci piace per le sue osservazioni sul silenzio, Brondi sale sul palco con la scrittrice Francesca Manfredi per chiacchierare proprio di quell’arte sottile e apparentemente magica che è il silenzio, quel vuoto che però parla tanto. Ovviamente, le canzoni secondo lui sono tutt’altro che semplici. Sono roba complessa, condensata all’osso, veri e propri meccanismi iper sintetici. Una canzone è un taxi, però non uno qualsiasi: ti trasporta in posti, tempi e luoghi come se avessi la bacchetta magica. Per farla breve, è capace di riassumere un intero decennio – vedi “La domenica delle salme” di Fabrizio De André – mentre ti fa venire i brividi. Fare un paragone con un romanzo è pura follia, è più una poesia in musica. Insomma, tra parole e note si crea una magia che ti porta dove vuole lei, con l’arte che detta le regole, non tu.

Il ritorno della musica dal vivo alla Holden: quando il jazz incontra il racconto

Non manca poi l’aspetto pratico con eventi dal vivo. Si parte il 19 maggio con il ritorno del jazz alla Scuola Holden, grazie al maestro di tromba e flicorno Paolo Fresu e al suo partner elettronico Pierpaolo Vacca che, tra organetto ed elettronica, creano la famiglia sonora perfetta. A completare il quadro, la voce soul di Karima che riesce a convincere anche i puristi più convinti del jazz tradizionale (o almeno ci prova). Il 22 maggio invece c’è “Come nascono le canzoni”, uno spettacolo che mette insieme concerto e chiacchiere. Raphael Gualazzi e il mitico produttore Stefano Senardi si prestano a un dialogo con studenti e pubblico sulle meraviglie e i misteri del processo creativo nell’articolo più difficile da scrivere: la canzone.

Ovviamente, dopo il blabla culturale non poteva mancare un dj set elettronico in live performance firmato Kappa FuturFestival, perché senza la pista da ballo nulla è davvero completo. Il sipario poi calerà il 7 luglio con un Final Party nel cortile della scuola, in collaborazione con Lingotto Musica, perché tutti sappiamo che qualsiasi riunione intellettuale che si rispetti deve finire con un po’ di sano divertimento.

Baricco e il mistero di scrivere: “Scrivere è pregare”

Alessandro Baricco non poteva mancare con la sua perla di saggezza alla faccenda: scrivere sarebbe un atto sacro, quasi religioso. Ed ecco una delle sue epifanie memorabili.

“Scrivere è pregare.”

Una frase tanto potente quanto criptica, perfetta per alimentare la fede nella letteratura come versione laica della devozione spirituale. Il paragone è così profondo che forse chissà, la prossima volta potremmo trovare scrittori seduti in ginocchio davanti a una tastiera, in adorazione silenziosa.

Alla fine, rimaniamo con questa splendida macedonia di note, parole e convinzioni divine, mentre i futuristi della scrittura cercano di assemblare personaggi e storie seguendo il ritmo di una sonata o la luce di un jazz sul palco. Il tutto condito da un’irresistibile dose di teatralità, perché se devi parlare di arte, almeno fallo con un po’ di stile – e perché no, con un pizzico di sarcasmo.

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