Naturalmente, in un mondo così perfetto e organizzato, ci si aspetterebbe almeno qualche spiegazione chiara, qualche verità facile da digerire. Invece, nulla. Solo silenzi imbarazzanti e un coro di preghiere mentre il piccolo lotta con uno di quei macchinari ultra tecnologici che a tratti sembrano più una tortura che un rimedio.
Il dispositivo in questione, l’Ecmo – acronimo forse troppo tecnico per risultare rassicurante – è quell’artefatto da fantascienza che dovrebbe sostituire temporaneamente cuore e polmoni del paziente. Fantascienza, appunto, ma con la cruda realtà di chi non può più nemmeno sorridere, nonostante sarebbe dovuto essere il giorno più bello.
E tutto questo mentre si attende un trapianto vero, definitivo, quel miracolo che dovrebbe porre fine a questa agonia attinta dallo stesso orologio che segna giorni e notti indistinti da ormai quasi due mesi.
Ironia della sorte, è proprio quando la medicina avanza travolgendo ogni limite immaginabile che ci si ritrova sprezzantemente ingabbiati in situazioni paradossali, dove la vita è appesa a fili invisibili, tecnologie che non si capisce se siano salvezze o prigioni temporanee.
La triste danza tra speranza e realtà
Chi assiste può solo osservare, impotente, mentre la famiglia si aggrappa a quella sparuta speranza che a tratti sembra un miraggio. In un sistema sanitario ipertecnologico ma sempre più fragile, il rischio è che questa storia diventi l’ennesima testimonianza di un gap tra promesse e risultati.
Sarà davvero il trapianto che cambierà tutto? Oppure un nuovo puntello a una situazione che si trascina pericolosamente sui bordi dell’inevitabilità? Il sistema sanitario, i medici, le famiglie, tutti protagonisti di un copione tristemente collaudato che mescola scienza, burocrazia e un pizzico di fortuna quanto basta per non arrendersi del tutto.
Nel frattempo il tempo scorre, lento e spietato, segnando ogni battito sospeso in quel corridoio di ospedale dominato da luci fredde e monitor sempre accesi.



