Bambini prigionieri del calcio giovanile e genitori strapagano per un sogno che fa acqua da tutte le parti

Bambini prigionieri del calcio giovanile e genitori strapagano per un sogno che fa acqua da tutte le parti

Filippo, nome scelto apposta per proteggere la sua identità, ha 12 anni e un amore smodato per il calcio. Fino a qualche tempo fa, indossava i guantoni da portiere per la società Universal Solaro, un gruppo sportivo di un anonimo comune vicino a Milano, con la prima squadra impegnata nel rivoluzionario campionato di Promozione. Una routine settimanale identica e rassicurante: allenamenti, partite e sogni di gloria… almeno fino a pochi giorni fa.

Perché, si sa, il calcio, soprattutto quello giovanile, è un universo idealizzato dove regnano la lealtà, l’amicizia e lo spirito di squadra. Ma attenzione: questa favola fatta di sorrisi e passaggi alti si è trasformata in un piccolo thriller all’italiana degno di un film di serie B.

E cosa sarà mai successo? Semplice. Filippo è stato buttato fuori dalla società sportiva. Motivazione? Ah, quella è il meglio del meglio. Pare che il ragazzo, dopo una partita, abbia dato, udite udite, “un calcio al pallone con troppa rabbia”. Un gesto così grave da meritare l’espulsione dal club. Se non è il comportamento esemplare dello stile italiano nel calcio giovanile, ditemi cos’è.

Il calcio giovanile: un paradiso di regole e punizioni esemplari

Ovviamente, nel mondo perfetto di Universal Solaro, manifestare frustrazione con un calcio a un oggetto non umano (per quanto sacro nel pallone da calcio) è un reato da tribunale sportivo internazionale. La punizione severa è arrivata come un boomerang che ribolle di giustizialismo da bar sport: isolamento immediato, divieto di tornare a giocare con la squadra. Tutto questo per un ragazzino di 12 anni, che forse, indovinate, aveva solo bisogno di sfogarsi.

Neanche a dirlo, la società ha giustificato la scelta con la necessità di “mantenere disciplina e rispetto”, senza minimamente preoccuparsi che quello in questione possa essere stato un gesto passeggero, anzi, umano, persino comprensibile.

Ipocrisie e contraddizioni in campo

È curioso come si richieda disciplina e compostezza assolute a ragazzini alle prime esperienze calcistiche, ma poi si permangano allenatori e dirigenti che si lasciano andare ad urla, insulti e scenate da stadio nero, tutto senza subire un solo rimprovero. Ma attenzione, alziamo la mano se vediamo rabbia vera: quella del bambino viene punita, quella degli adulti viene giustificata come “passione”.

Forse qualcuno dovrebbe ricordare ai paladini della “disciplina ferrea” che il calcio giovanile non è un campo di addestramento militare, ma uno spazio di crescita e formazione. Ma forse è troppo chiedere a chi, evidentemente, preferisce un ambiente da caserma, dove ogni sgarro, anche il più innocuo, diventa una colpa capitale.

Quando i piccoli divengono colpevoli sacrificali

E cosa succede al protagonista di questa triste novella? Filippo adesso non gioca più, la sua passione è stata sacrificata sull’altare di un rigore morale che forse nessuno ha voluto davvero spiegargli. A dodici anni, il calcio dovrebbe insegnare valori come il gioco di squadra, la resilienza e la gioia di fare sport. Ma in questa storia sembra insegnare solo una cosa: fai il bravo o sparisci dal campo, senza se e senza ma.

Ironia della sorte, proprio in un momento storico in cui si parla tanto di inclusività e educazione attraverso lo sport, ecco che il piccolo Filippo viene escluso con la scusa della disciplina. Vittima di una società che, probabilmente, ha scelto di confondere l’educazione con la repressione. Neanche a dirlo, un modo infallibile per far perdere ai ragazzi la voglia di calciare un pallone, vero emozionante protagonista di un gioco che dovrebbe essere solo divertimento.

Alla fine, forse, questo è solo l’ennesimo episodio da manuale dell’assurdità italiana, dove l’essere severi diventa sinonimo di giusto, la compassione è solo una parola vuota, e il buon senso lascia il campo all’arroganza di chi crede che un calcio a un pallone valga più di un sorriso di bambino.

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