Azioni, obbligazioni e bitcoin in caduta libera mentre il Medio Oriente fa il solito show di caos

Azioni, obbligazioni e bitcoin in caduta libera mentre il Medio Oriente fa il solito show di caos

Il mercato globale ha deciso di trasformarsi in un casinò a cielo aperto, con azioni, obbligazioni e valute che si sono messe a fare una festa… di vendite. Tutto ciò mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran continua a infiammare il Medio Oriente come una telenovela piuttosto indigesta. Il palcoscenico della crisi si allunga ben oltre le quattro settimane ipotizzate da Donald Trump, toni da thriller e droni che fanno da colonna sonora.

Il panico ha travolto anche la Borsa europea: l’indice Stoxx 600 ha pianto lacrime amare con un calo superiore al 3,2% nel primo pomeriggio, dopo aver già perso l’1,6% nel giorno precedente. Ma non finisce qui: banche, assicurazioni e negozi hanno deciso di suicidarsi tutti insieme, accumulando un calo superiore al 4%. Fantastico!

Nel continente asiatico, lo “spirito gioioso” è stato altrettanto pungente: il Kospi della Corea del Sud ha fatto registrare il peggior giorno degli ultimi diciannove mesi, crollando di un bel 7%. Il Nikkei 225 giapponese non è stato da meno con un -3%, mentre il Shanghai Composite ha optato per un dignitoso calo dell’1,4%.

Neanche i mercati statunitensi hanno voglia di festeggiare: i futures danno segnali di pessimismo ancora prima dell’apertura delle contrattazioni. Nel frattempo, i titoli di Stato sono entrati a far parte del gioco al massacro, con rendimenti in rialzo a Londra, Giappone, Svizzera, Australia, Regno Unito e Germania. Ma il clou è a casa loro: i rendimenti dei titoli del Tesoro USA spiccano un balzo d’orgoglio, con il decennale che sale di 5 punti base e quelli a 2 e 5 anni a +8 punti. Chi fa trading sa bene che rendimenti su e prezzi giù si danno la mano… come in una danza di disperazione.

Haig Bathgate, il CEO di Callanish Capital, ha provato a svoltare il copione da tragedia a commedia dicendo a CNBC che lo shock iniziale del conflitto USA-Iran potrebbe presto calmarsi. Insomma, dopo il bagno di sangue, si potrebbe ricominciare a ragionare. Bisogna solo sopportare un po’ di “de-risking,” ovvero far scorrere il sangue delle posizioni più rischiose fino a schiarirsi il cervello.

Bathgate ha spiegato:

“I mercati odiano più di ogni altra cosa l’incertezza. E noi siamo nel pieno massimo dell’incertezza: la gente si agita, vende tutto quello che ha e si mette in pausa. Poi, appena esce qualche informazione, si mettono a ragionare come se fossero improvvisamente diventati saggi.”

Inoltre, secondo lui, i rendimenti dei bond europei hanno preso una botta niente male per l’ormai cronico mancato investimento nella sicurezza continentale e per la pressione telefonata degli Stati Uniti a farsi carico della propria difesa. Tradotto: se sei Regno Unito o magari qualche altro Paese dall’economia fragilina, dovrai spendere di più in armi e militari.

Bathgate ha aggiunto:

“Molti Paesi europei non erano neanche al corrente di cosa USA e Israele avessero in mente. Ora si rendono conto che dovranno tirare fuori il portafoglio per le spese militari in loco.”

La rivolta delle valute

Il mercato dei cambi non è stato da meno: il dollaro americano ha sfoggiato il suo solito tono arrogante, guadagnando quasi lo 0,9%. Nel frattempo, la sterlina britannica, il dollaro australiano e l’euro hanno deciso di scendere a braccetto contro il biglietto verde, affiancati dal franco svizzero e dallo yen, entrambi considerati bene rifugio. Monete emergenti come il real brasiliano, il peso messicano e la rupia indiana hanno fatto una brutta fine, perdendo terreno contro il dollaro come studenti bocciati all’esame.

Anche le criptovalute si sono ricordate improvvisamente di essere rischiose: il bitcoin ha perso il 3,2%, scendendo a circa 66.824 dollari. Tutto questo ribasso spiega un’unica cosa: panico, paura, incertezza e disperazione mescolati insieme in un cocktail esplosivo.

Come se non bastasse, i prezzi del petrolio hanno deciso di salire con la solita frenesia. Il Brent, benchmark mondiale, ha fatto uno stupendo +9% toccando i 84,50 dollari al barile; il West Texas Intermediate non è stato da meno, segnando un +8%. Che sorpresa: scenari bellici = petrolio alle stelle.

Ma, all’orizzonte, qualche strategist provvede a confortarci con la voce della ragione, tentando di dipingere questo caos come un semplice “temporale passeggero” invece che una tempesta perfetta. Peccato che chi ha già visto il mercato sa che dopo la tempesta arriva solo un’altra tempesta, forse con colori diversi, ma comunque tempesta.

Ah, il mercato del petrolio come barometro infallibile per prevedere l’apocalisse finanziaria? Guardate un po’, secondo un astuto stratega di Deutsche Bank Research, dovremmo serbare le nostre paure economiche per eventi ben più… esplosivi. Pare che il rialzo del prezzo del greggio, per quanto rumoroso, non sia paragonabile alle grandi crisi del passato come il 2022, la Guerra del Golfo o gli shock petroliferi degli anni ’70, proprio come se il mondo fosse rimasto tutto sommato calmo e placido in confronto.

In più, questo signor Allen si sente in dovere di rimarcare che, per scatenare un vero e proprio crollo dell’S&P 500 dovuto al petrolio, servirebbe almeno una di queste tre mirabolanti condizioni: un aumento del prezzo del petrolio di almeno il 50% per mesi e mesi, uno shock così grave da far sprofondare l’economia in recessione, oppure una virata aggressiva delle banche centrali in stile falco per combattere l’inflazione partita proprio dal caro petrolio. Al momento, niente di tutto ciò è successo, quindi niente panico… almeno per ora.

Allen, non senza una punta di scetticismo, dichiara:

“Non abbiamo ancora visto un rialzo del petrolio superiore al 50%, figuriamoci uno che duri abbastanza a lungo. I dati peggiori si faranno attendere qualche settimana, e anche i mercati non stanno ancora prezzando nuovi aumenti dei tassi da parte di banche centrali come la Fed o la BCE. Questi saranno i nodi da sciogliere nei giorni a venire.”

E come se non bastasse, Paul Surguy di Kingswood Group ci regala la sua brillante visione da investitore zen: sì, c’è un conflitto in corso in Medio Oriente, ma per favore, nessuno si illuda che durerà mesi. La storia insegna infatti – interrogando qualche newsletter vetusta – che gli shock geopolitici hanno sempre il respiro corto, e i temerari investitori di lungo termine farebbero meglio a tenere salde le loro posizioni invece di scappar via a gambe levate come se fosse l’ultima occasione.

Ci informa poi che i mercati oggi hanno la prontezza di riflessi di un felino affamato, pronti a schizzare su e giù più velocemente di prima. Tradotto: provare a giocare con questa volatilità rischia solo di farvi naufragare in un mare di perdite e confusione.

Disruptione? Ma sì, breve e indolore

Ovviamente, dagli speculazioni nasce la luce della speranza. Gli strateghi di UBS sono pronti a scommettere su uno scenario tutto sommato rassicurante: quella ondata di aumento del prezzo del petrolio sarà solo un fastidioso e fugace intoppo nella fornitura globale di energia. Niente di grave, insomma.

Loro aspettano il momento in cui diventerà chiaro che i disservizi nei trasporti saranno solo temporanei, che le infrastrutture petrolifere chiave sono ancora intatte e che l’entusiasmo militare per la guerra piano piano svanirà. A quel punto i mercati potranno tornare a guardare con aria soddisfatta ai robusti fondamentali dell’economia globale, come se niente fosse mai successo.

In poche parole, un déjà vu degli ultimi scossoni geopolitici: caos momentaneo, poi la voglia di normalità torna a vincere. Per i meno ottimisti, il consiglio è di prepararsi a un po’ di scintille in borsa nelle prossime settimane, ma niente di drammatico o duraturo.

Michael Field, capo stratega azionario di Morningstar, ci offre una perla di saggezza via email: negli ultimi anni gli investitori hanno imparato a convivere con il rischio geopolitico come fosse la nuova norma di corsa quotidiana. Quindi, cosa fare durante l’ultimo dramma mediorientale?

Michael suggerisce di restare a osservare da lontano, tenere qualche soldino liquido da parte e buttarsi solo sulle occasioni che si presentano. Dopo l’esplosione dei prezzi di petrolio e azioni energetiche, le major petrolifere atlantiche e le aziende energetiche europee sembrano ormai valutate «giuste», o addirittura sopravvalutate. Per chi non ha riserve di denaro, vendere con calma queste azioni potrebbe essere un modo brillante di fare spazio in portafoglio per comprare titoli che si sono mangiati un brusco calo negli ultimi giorni.

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