Alla faccia della sobrietà, stanno per tornare gli incentivi per l’auto. Questa perla direttiva ce l’ha regalata il ministro Urso direttamente da Trento, con tutta la calma di chi sa bene che l’annuncio in sé ha già un valore… sulla carta. Un decreto da 1,6 miliardi, frutto di un parto iniziato a gennaio nel fatidico tavolo automotive, presentato a febbraio e ora impigliato nell’ultimo “sacrilegio” burocratico al Ministero dell’Economia. Insomma, nelle prossime ore (forse) diventerà realtà. Parliamo di nuove tecnologie, di ricerca, di misure che stavolta dovrebbero, giurano e spergiurano, essere qualcosa di più di un semplice cerotto temporaneo sulla ferita del mercato.
La speranza – oh, quella immutabile diplomatica – è che non sia l’ennesima iniezione di narcotici per gonfiare le vendite per un solo trimestre per poi lasciare tutto com’era. Magari, finalmente, qualcosa di solido. Peccato però che proprio mentre si prepara questa “magica” medicina, riaffiori un dettaglio che la retorica patinata degli annunci vuole ignorare a tutti i costi. I nostri eroi poco celebrati, i concessionari, quelli che hanno anticipato i contributi promessi dal MASE, sono ancora alle prese con una esposizione finanziaria bella sostanziosa. I rimborsi? Magicamente ancora bloccati, o se arrivano, sono lenti come un bradipo in vacanza.
Nel frattempo l’associazione dei costruttori, UNRAE, si è messa a moltiplicare le chiacchierate con le “strutture ministeriali” per ottenere — tremate — soluzioni operative, certezze, qualche spruzzo d’accelerazione. Non male, vero? Un balletto all’insegna del rimandare, parlando di futuro sostenibile mentre il forno rimane spento.
La lacuna più grave del Governo
E qui la storia si fa davvero gustosa: non solo i soldi non arrivano, ma, come ogni thriller italiano che si rispetti, non si hanno nemmeno dati certi su cosa sia successo con gli incentivi precedenti. Quanti veicoli sono stati effettivamente immatricolati? Qual è stato il reale impatto sul mercato? Si procede a intuito, a scommesse, a stime basate sul nulla più assoluto. I soldi dati in anticipo dai concessionari galleggiano in un limbo di attese, mentre si prepara il prossimo giro di giostra.
Un autentico paradosso tutto italiano: annunciamo il futuro di un mercato inesistente con l’entusiasmo dei mercanti di illusioni mentre il passato resta irrimediabilmente impalpabile, con i debiti di Stato che si trascinano come zavorre economiche irrisolte. “Strutturale” sarà il prossimo aggettivo buono, si ripete con fede quasi religiosa, dimenticando che chi ha fatto da cassa sul territorio — i concessionari, appunto — è ancora in attesa del pagamento vero, non delle solite chiacchiere burocratiche che fanno tanto “dare seguito alle interlocuzioni”. Non sono un dettaglio di bilancio o una casella da spuntare in qualche slide aziendale: sono il punto di partenza che rende possibili queste retoriche.
La strategia (o la farsa)
Urso ci tiene bene a ricordare che “bisognerà dare conto con Stellantis dell’attuazione del Piano Italia concordato nel dicembre 2024, di cui i risultati sono evidenti”. Evidenti, per lui e per chi ha messo la firma, probabilmente. Per chi pesta giorni e notti per tenere insieme esposizioni finanziarie e immatricolazioni reali, magari un po’ meno.
Intanto il copione si ripete: si prepara un nuovo decreto da magniloquente titolo, si riunisce un tavolo da operetta, si promette che questa volta sarà diverso, e nel frattempo chi ha anticipato i soldi della scorsa edizione continua a far la fila per vedere la coda del rimborso. L’industria automobilistica italiana, o almeno quello che ne resta, sembra condannata a questa ossessiva danza di annunci roboanti e soprattutto di silenzi amministrativi. Soldi promettenti al pubblico, rimborsi che avanzano con lo slalom di una lumaca sotto acido.
La speranza che la prossima misura sia “strutturale” è francamente un atto di fede che farebbe invidia ai migliori credenti. La realtà vista dal basso, tra concessionari impantanati, dati a dir poco nebulosi e interlocuzioni senza fine che sembrano più oziose: racconta la storia meno patinata di un Paese incatenato a ripetere lo stesso copione con piglio stanco e poca voglia di voltare pagina.
Uno scenario che pare più vecchio della storica tradizione italiana di promettere miracoli dall’oggi al domani e dimenticare gli effetti sul terreno. Chissà se questa volta andrà diversamente. Spoiler: non è probabile. Come sempre, vedremo.



