Autisti Atm pizzicati con chat sessiste: perquisizioni a raffica e un indagato per finta educazione sul lavoro

Autisti Atm pizzicati con chat sessiste: perquisizioni a raffica e un indagato per finta educazione sul lavoro

Non c’è niente di più rassicurante che scoprire come parte degli stessi dipendenti incaricati di gestire il trasporto pubblico di Milano si dilettino in chat sessiste. Sì, avete capito bene: una chat gestita da un gruppo di lavoratori dell’ATM ha fatto sobbalzare la Procura di Milano, che ha deciso di passare ai fatti.

Per una volta la polizia locale, zelo burocratico in piena forma, si è mossa con una tempestività che avremmo quasi definito miracolosa. Su delega del procuratore Marcello Viola, sono state eseguite ben sei perquisizioni, forse con l’idea che sequestrare cellulari sia la soluzione definitiva per arginare il malcostume digitale. Al centro dell’indagine c’è il fantasioso reato di accesso abusivo a sistemi informatici, che si traduce nel presunto furto illecito di immagini di passeggeri donne, estratte a tradimento dalle telecamere di sorveglianza installate sugli autobus e tram.

Nel gioco delle poltrone dell’indagine, un solo dipendente è atterrato sulla lista degli indagati, mentre cinque colleghi — bontà loro — si sono visti semplicemente perquisire, senza però l’onore dell’indagine formale. Il comandante della polizia locale, Gianluca Mirabelli, ha guidato la carica con il sequestro dei cellulari, come se il problema fosse così facilmente risolvibile con una strizzata d’occhio alla tecnologia e un paio di pamphlet sull’etica lavorativa.

Indagini tra sarcasmo e realtà

Naturalmente, in un’epoca in cui il rispetto e la privacy dovrebbero essere la base e non l’eccezione, scoprirsi a rubare immagini a sfondo sessista dalle proprie postazioni di lavoro è più che un bullo da televisione spazzatura: è un fallimento istituzionale. Eppure, ciò che stupisce non è tanto la chat in sé, ormai tristemente comune, ma l’impiego di preziose risorse pubbliche per indagare su uno scempio che avrebbe dovuto essere estirpato sul nascere da qualunque azienda degna di questo nome.

Altro esempio di come i sistemi di sicurezza interni, progettati per garantire l’incolumità dei passeggeri, si trasformino invece in strumenti di violazione della loro stessa privacy. È un po’ come se il guardiano del museo si facesse selfie con le opere più preziose per poi condividerle in gruppetti chiusi di amici maleducati.